venerdì 1 agosto 2008

La madre


La madre
di
Grazia Deledda
(1871-1936)

Romanzo del 1920
In foto G.D. giovane, da cuec.eu


Ultima modifica: aprile 2013

La madre è una donna povera, una serva, che ha fatto studiare il suo unico figlio in seminario e con il quale vive, ora che lui è sacerdote, in un paesino sperduto e abbandonato, battuto dai venti e in balia anche delle superstizioni. Il giovane prete (cattolico ovviamente) pur totalmente innamorato di Dio, finisce con il legarsi ad una donna, indipendente e solitaria.
La giovane donna possiede terreni, orti, servi e animali, gestisce tutto da sola dato che il padre è morto e i fratelli vivono altrove, e in qualche modo rappresenta il paese stesso poiché i suoi antenati vi hanno lasciato le proprie tracce con gesta che il popolo riconosce e rispetta, rispettando appunto lei, ormai unica rappresentante della famiglia.
Un romanzo che a leggerlo adesso sembra attualissimo, per il linguaggio e per i contenuti; certo il paese e il tempo descritti appartengono ad un mondo senza televisione, senza automobili e senza computer, ma io direi che proprio per questo hanno il fascino delle cose concrete ed essenziali, hanno cioè una dimensione classica.
Un paese è fatto di strade e case, di gente che abita le case e usa le strade, di animali domestici, di storie più o meno crudeli, più o meno felici, storie tanto umane quanto disumane...(un po' come accade nel film "Dogville" del danese Lars Von Trier, tra cinema e teatro, semplice ed essenziale, tragicamente universale).
Un paese è il teatro per eccellenza.

Ma cosa succede in La madre? Succede che il giovane sacerdote combatte, è costretto a combattere il proprio sentimento verso la donna con la quale trascorre le notti, delle quali però si pente di giorno. Il dramma diventa tale nel momento in cui sua madre lo vede entrare, seguendolo nel buio della notte, nella casa della giovane donna:
"... e tendeva a quella donna perchè era la piú affine a lui, anche lei non più giovanissima eppure ancora ignara e priva d'amore, chiusa nella sua casa come in un convento."
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La madre diventa la coscienza, l'interlocutrice quasi silenziosa e apparentemente dura, durante una lotta estrema che si svolge dentro la mente, l'anima e il corpo del giovane prete. La castità che il suo ruolo gli impone, da una parte, il sentimento verso la donna, condiviso con la donna, proibito, dall'altra parte.
Se vuole continuare ad essere sacerdote deve rinunciare alla donna, se sceglie di dividere la vita con la donna deve rinunciare al sacerdozio e affrontare probabilmente anche la vergogna, e le critiche e l'esilio dai luoghi che ama. La madre nonostante le apparenze lo capisce, rispetta il sentimento che lo unisce alla donna, e per la donna sente pietà quanto per il figlio, perché entrambi soffrono, per qualcosa che dovrebbe essere una gioia:
"Perché, Signore, Paulo non poteva amare una donna? Tutti potevano amare, anche i servi e i mandriani, anche i ciechi e i condannati al carcere; perché il suo Paulo, la sua creatura, lui solo non poteva amare?".
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Diciamo che il dilemma resta irrisolto perché il finale è tale che tutto è possibile. Non voglio raccontarvelo perché spero che andrete a cercarvi una copia del libro...e che diventiate appossianati/e di Deledda.
A Grazia Deledda è stato dato il premio Nobel nel 1926. Prima di lei il Nobel era stato dato soltanto ad un'altra donna, nel 1909, alla svedese Selma Lagerlöf, e due anni dopo fu dato alla norvegese Sigrid Undset. Se non sbaglio bisognerà aspettare il 1945 perché un'altra donna riceva il premio (la cilena Gabriela Mistral).
La motivazione del Nobel? Trovo su wikipedia.org che fu per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi. Ed io condivido. Le motivazioni del Nobel sono sempre così chiare che è un sollievo!
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Deledda mi piacerebbe anche senza Nobel, insieme alla sua isola che non ho ancora visitato, e che probabilmente non esiste più come lei la racconta, dato che tutto è in movimento e il progresso e il globalismo stanno facendo il resto! Forse non esisteva neanche quando lei stessa la stava descrivendo, perché probabilmente la sua era una Sardegna, una cultura, un mondo idealizzato, appreso dagli anziani oltre che ricordato da Roma dove si era trasferita.
Per me Deledda ha un piccolo fascino extra, dovuto alla lingua italiana da lei usata, un italiano alla sua maniera, anche con numerevoli sardismi. Non lo vedo come un difetto ma una piacevole diversità, un'originalità. Ma forse l'Italia di allora non era pronta alle originalità linguistiche e pecularietà regionali, allora si voleva amalgamare gli italiani anche con un'unica lingua, anche se questa lingua e questa unicità erano, in fondo, artificiali.
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Come scrive Maria Giacobbe, nel suo Grazia Deledda - Introduzione alla Sardegna, Bompiani, 1974:
"... per Grazia Deledda l'italiano fu e restò tutta la vita una lingua non appresa naturalmente e durante l'infanzia ... ma una lingua imparata artificialmente, per atto di volontà e soprattutto per mezzo di occasionali e non sempre scelte letture.
Probabilmente non è esagerato affermare che la scrittrice nuorese divenne realmente bilingue solo dopo i trent'anni quando, trasferitasi a Roma con un marito "continentale", le sue occasioni di parlare il sardo andavano diminuendo mentre aumentavano, cioè divennero quotidiane, quelle in cui le era necessario esprimersi in italiano ... il suo lessico s'arricchì e la sua sintassi divenne più naturalmente agile."
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Grazia Deledda è principalmente un'autodidatta, "ribelle e solitaria" (come la definisce Maria Giacobbe); in quanto donna non era normale nel suo tempo che studiasse ufficialmente, ma lesse molto e di tutto, i classici, i russi, i francesi, i permessi e i proibiti.
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Trascrivo un breve passaggio de La madre in cui leggo non solo la forza di Agnese, la giovane donna innamorata del prete, ma anche l'idea che Deledda ha dell'isola che le vive evidentemente dentro, la sua terra:
"I fedeli accompagnavano a mezza voce i versetti, e a voce spiegata ripetevano due volte l'antifona.
Era un canto primitivo e monotono, antico come le prime preghiere degli uomini nelle foreste appena abitate; antico e monotono come il battere delle onde al lido solitario; ...Qualche cosa le risaliva dalla profondità dell'essere; le viscere le si sollevavano fino alla gola: e tutto le si capovolgeva intorno...Era tutto il passato suo e della sua razza, che le ritornava su, e la riprendeva, con quel canto di vecchi e di donne, con la voce della sua balia, dei suoi servi, degli uomini e delle donne che avevano fabricato e arredato la sua casa e coltivato i suoi orti e tessuto la tela delle sue prime fasce."
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Osservando questo personaggio di donna, Agnese, e anche quello della madre, e infine la Deledda stessa, attraverso i suoi libri, mi viene in mente un'altra lettura che risale al 1998 (La Madre l'avevo letto la prima volta nel 1995 e l'ho riletto tutto d'un fiato pochi giorni fa):
In nome della madre - Ipotesi sul matriarcato barbaricino di Maria Pitzalis Acciaro, Feltrinelli Economica, 1978.
Un saggio in cui si ipotizza, si deduce, appunto una forma di matriarcato in Sardegna, soprattutto in Barbagia (e quindi le zone di Grazia Deledda). La donna come regista in un sistema pastorale, la donna che gestisce beni e prende decisioni...ecc. Del saggio voglio riferirvi solo un paio di frasi :
"Nonostante molti detti che circolano sulla focosità dei sardi, in Barbagia è completamente sconosciuta la gelosia verso le donne. Può darsi verso le cose, come esasperazione del sentimento di possesso, ma non verso le donne, o viceversa...è l'uomo che è di propietà della donna e non viceversa...".

E mi fermo. Vado a ri-ascoltare un disco di... Maria Carta!! Si viaggia anche così.
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2 commenti:

  1. Grazie ad Angela Siciliano per la profonda comprensione della scrittrice sarda. E lo dico non solo da sarda quale sono, quindi per empatia d'appartenenza, ma per il riconoscimento e l'individuazione, da parte di Angela, di tematiche che, partendo da una realtà culturale locale, regionale, includono l'intera umanità. La poetica di Grazia Deledda ha una portata universale. Ben recita la motivazione del premio Nobel assegnatole nel 1926, per la profonda comprensione delle vicende umane. Com-prendere dunque, prendere in sé, condividere, provare compassione, non certo sentimento di commiserazione, tutt'altro, bensì provare e mettere in scena la stessa passione, con una pietà capace di scendere fin nei precordi. Indagine delle passioni, la sua, che la avvicina e la apparenta a Dostoevskij. Entrambi gli scrittori scendono nel nostro sottosuolo, fanno emergere il perturbante e il conturbante. L'amore proibito in primis, quanto la società condanna e reprime. È un amore capace di scavalcare differenze sociali, di classe economica e di status, capace di scardinare convenzioni e limiti. Elemento di crescita personale e collettiva, il messaggio di Grazia Deledda spinge al rinnovamento, pur conservando felicemente elementi della tradizione sarda di tipo folklorico che non è tale se non in apparenza, se non nei riti festivi, nei costumi, nei colori e sapori dei cibi ecc. Nel caso del romanzo 'La madre' i due protagonisti consumano un amore clandestino che sarebbe segnato a dito dalla comunità e destinato all'ostracismo se rivelato. La madre dell'uomo amante (un prete cattolico, un uomo nero - per la tonaca - un diverso per eccellenza) intuisce, sa e comprende. Tra l'altro, il problema dei preti cattolici a cui è precluso il matrimonio diviene oggi di scottante e tragica attualità dopo la denuncia planetaria dell'autorità giudiziaria nei confronti dei preti cattolici pedofili. Ecco allora come la buona letteratura può, e deve, e sa affrontare nodi e situazioni del vivere che richiedono soluzioni di tipo innovativo e rivoluzionario. Lei, Agnese, la donna amante del prete, è il prototipo della donna sarda, volitiva, decisionista, donna di potere che, al di là della legge scritta, svolge ruoli di tipo maschile: gestisce il patrimonio, dirige, ordina, vende e compra. È decisamente veritiera l'attribuzione di caratteristiche matriarcali alla cultura sarda e in particolare barbaricina. Posso testimoniarlo di persona. Desidero qui rendere omaggio a una mia parente acquisita, suocera di mio fratello. È zia Lillia, ormai trapassata da decenni. Sapeva a malapena scrivere il suo nome ma concludeva affari con gli uomini pastori da pari, con un dono per i calcoli orali strabiliante. La compravendita di pecore tra lei e la controparte si concludeva con una stretta di mano, gesto che diceva tutto: lealtà, onestà, parola d'onore, chiarezza, accordo, amistà. Zia Lillia vestiva sempre di nero con l'abito lungo arricciato in vita, indossava il velo, quasi sempre, non costretta per sus scelta e predilezione. Il suo costume la caratterizzava, ponendola in una condizione di forza, di unicità. Una mattina le chiesi se sapesse ballare il ballo sardo. Annuì e cominciò a danzare, su mia richiesta, scandendo il tempo con i piedi, mani alla vita, busto eretto e sguardo fiero. Una regina. Che emozione viscerale, potente, rivisduta anche adesso che ne scrivo.
    Un'ultima nota, riguardante lo stile di Grazia Deledda. Concordo con Angela Siciliano nell'affermare che l'italiano 'imparato' dell'artista, non puro non risciacquato nell'Arno come l'italiano di Manzoni, sia interessante e originale, incisivo. Una risorsa espressiva in più. È letteratura-vita. Assomiglia allo stile di Italo Svevo, lo scrittore triestino dall'italiano 'spurio' disprezzato dai puristi della lingua, ingessati nei pregiudizi letterari, che dovettero ricredersi totalmente al riguardo.
    Graziells Atzori

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  2. Il tuo commento-contributo arrichisce la pagina, Graziella.

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