martedì 14 ottobre 2008

Atto unico

From Medea
di Grazia Verasani
Sironi editore -2004
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All'interno di un carcere psichiatrico quattro donne sono costrette a convivere in una stanza. Sono donne che il malessere psicologico ha portato all'infanticidio.
Si suppone che la maternitá sia sempre istintiva ma così non è stato per loro. Hanno ucciso i propri figli per liberarsi di qualcosa di estraneo che le assaliva sentendoli piangere, o persino per troppo amore, per regalare loro un mondo migliore, in un'altra dimensione. Le hanno portate al delitto la solitudine e la depressione, il peso delle aspettative altrui, gli strumenti inadeguati per sopravvivere alle responsabilitá legate alla maternitá, responsabilitá troppo grandi per la loro inadeguatezza.
Il carcere però le tiene lontane dal mondo ma non da se stesse: i colloqui terapeutici settimanali e gli avvenimenti nel micro mondo in cui abitano le costringe a fare i conti con il proprio senso di colpa e con la presa di coscienza di ciò che le ha portate al gesto terribile, che non nominano neanche.
Uccidendo i figli hanno, in realtà, ucciso se stesse. È una forma di suicidio. È un duplice omicidio.
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Dalla scena ventottesima, in cui viene letto il diario lasciato da una compagna di stanza che si é impiccata:
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Ci sono giorni calmi, qui, silenziosi, dove non ci diciamo niente. Lavoriamo, facciamo quello che ci dicono di fare, ma non riusciamo a parlarci. Siamo afone e dure, certi giorni, con le facce bianche dei sassi e la testa vuota. Ci passiamo vicino quasi con fastidio, con irritazione, coi cinque sensi smorti e una tempesta dentro, che non esce mai. Ci sono alcune che a vederle così, fredde come i ghiacciai, sembrano bottiglie lanciate da una nave, ma senza un messaggio arrotolato dentro. Ci sono quelle che gridano, e quelle di cui non ho mai sentito il suono della voce. Ci sono quelle affettuose, che se ti vengono vicino ti scaldano e hanno un buon profumo. Ci sono quelle che non si lavano e che ti passano accanto come correnti fredde, facendoti venire i brividi. Ma tutte, tutte quante, sono le migliori amiche che io abbia avuto. Guardo le cosce stanche, le borse sotto gli occhi, le mani...di donne così fragili da mettermi in soggezione, e penso che non esiste al mondo una roccia che un giorno non si sbricioli, dentro o fuori, sia che si veda sia che non si veda. E mi sorprendo, ancora, di quando possa essere ostinato e resistente il cuore di una donna.
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In scena: Non solo cinema
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