mercoledì 5 novembre 2008

Un inferno di ghiaccio


Frankenstein
ossia Il moderno Prometeo
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di Mary Shelley

Mondadori - 1982
Traduzione di Chiara Zanolli
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Figlia di Mary Wollstonecraft e di William Godwin, filosofi e scrittori, tra i diciannove e i vent'anni, nel 1818, scrive e pubblica Frankenstein.
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È conosciuta come Mary Shelley perché sposò il poeta Percy Bysshe Shelley con cui fuggì in Francia, a soli 16 anni, e con cui visse e condivise una vita anticonformista, non senza la denigrazione della società intorno a loro (lui era già sposato quando iniziarono la relazione; in seguito la moglie di Shelley si suicidò e i due formalizzarono la loro convivenza). Resterà vedova dopo pochi anni (Percy Shelley annegherà in Italia, al largo di Livorno, nel 1822) e perderà anche due dei tre figli avuti insieme. Ritornerà in Inghilterra, dove era nata nel 1797, e vi morirà nel 1851, probabilmente a causa di un tumore al cervello, a 54 anni.
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Il romanzo non è né semplice né banale e anche chi ha visto diversi Frankenstein al cinema, resta affascinato dall'originale Frankenstein, che rappresenta, secondo me, il fragile nucleo di sentimenti e nervi, delicato e gelidamente solo, che vive in ognuno di noi e che il mondo fraintende spesso, condannandolo.
In genere se si dice Frankestein la gente pensa al mostro, ma Frankenstein è il nome del creatore dell'essere sùbito considerato mostruoso, anche dal creatore stesso. I film che ho visto con questo titolo - pur essendo alcuni veramente deliziosi - vanno dal comico al grottesco. Sono convinta che vedrò prima o poi una versione cinematografica all'altezza del Frankenstein di Mary Shelley, romantico e gotico.
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Dall'introduzione di Laura Caretti: È ormai una convenzione della critica parlare della struttura di questo romanzo come di un congegno di scatole cinesi: aperta quella più esterna del diario epistolare di Robert Walton (un esploratore) si trova quella di Frankenstein (uno scienziato) che racconta in flash-back, e dentro a questa se ne scopre un'altra ancora, con le parole "in diretta" del mostro. Tre narratori si susseguono infatti in sequenza polifonica, che consente a ciascuno di dire in forma di monologo la propria storia.
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Dal cap.V: Fu in una cupa notte di novembre che vidi la fine del mio lavoro...Oh! Nessun mortale avrebbe sostenuto l'orrore del suo aspetto...una cosa che neppure Dante avrebbe saputo concepire.
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Dal cap. X: Per la prima volta sentivo anche quali fossero i doveri di un creatore verso la sua creatura, e che avrei dovuto renderlo felice prima di lamentarmi della sua malvagità.
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Dal cap. XVII:...se non posso suscitare affetto, ispirerò paura; soprattutto a te, mio arcinemico, perchè sei stato il mio creatore, giuro un odio inestinguibile.
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