martedì 3 febbraio 2009

Itinerario

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La postfazione di QUANDO L'AMORE NON BASTA
(10 giugno 2008 - Copenaghen):
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I primi appunti relativi a Quando l'amore non basta sono datati luglio 2000. Gli appunti sono diventati col tempo dei capitoli e negli anni successivi un breve romanzo. Una lenta trasformazione durante la quale i fatti che l'avevano ispirato hanno perso la nota autobiografica per diventare sempre di più il simbolo di qualcosa che ho incontrato anche altrove, in altre circostanze, qualcosa che tutti possiamo trovare sulla nostra strada: il pregiudizio. No, decisamente questo libro non è autobiografico, nel senso classico del termine, e non è stato scritto per mettere alla berlina determinate persone, decisamente no! Nel libro, infatti, racconto di due donne innamorate e degli ostacoli che hanno alla fine impedito il loro amore lesbico, ma avrei potuto creare la stessa tensione, descrivere le stesse ferite e proporre quasi le stesse soluzioni raccontando tutt'altra storia, per esempio di una donna di razza bianca e di un uomo di razza nera, oppure di due individui appartenenti a due religioni diverse e rivali sullo stesso territorio, oppure di una coppia costituita da una lei di 60 anni e un lui di 40, o ancora di una coppia in cui uno dei due ha un handicap molto visibile e debilitante, o anche di una coppia in cui uno dei due è nato/a con un sesso diverso da quello attuale e così via. Cioé di una qualunque differenza che può in un contesto sociale specifico creare il problema. E il vero problema è che in questi casi non si vedono più le persone nella loro originalità, unicità ed essenza, ma di loro si sottolinea soltanto l'anomalia rispetto all'ambiente. Etichette, classificazioni che esagerando a volte vengono chiamati valori e sani principi, invece sono pregiudizi i quali non sono mai sani e non sono mai un valore ma soltanto una difesa; pregiudizi che impediscono la crescita naturale dell'individuo, il corso spontaneo di un sentimento, di un talento o di una visione politica. (Un pregiudizio naturalmente può anche essere positivo e quindi non così virulento come quello negativo ma anche in questo caso è un bagaglio sbagliato nel viaggio di ognuno, perché si idealizza invece che ascoltare e guardare veramente; infiliamo la realtà che guardiamo senza vedere dentro lo schema che abbiamo già pronto e perdiamo così la possibilità di conoscere sul serio qualcuno o qualcosa. Prima o poi, ovviamente, ne restiamo delusi, e non ci accorgiamo neanche che la realtà era sempre stata lì davanti ai nostri occhi ma non l'avevamo vista, perché eravamo ciechi di pre-giudizi che neanche riconoscevamo come tali, anzi credevamo fossero entusiasmo, passione, privilegio, fortuna!). Il pregiudizio, dunque, dicevo, non è solo negli altri ma spesso anche in noi. Ci muoviamo tutti seguendo a priori i nostri sì e i nostri no alle persone e alle cose che incontriamo sul lavoro, nella vita privata, nei sogni. Viviamo praticamente tra due correnti vitali e contrarie: paura e pregiudizio da una parte, coraggio e accettazione dall'altra. Ma tornando al libro: se i primi appunti del libro risalgono al 2000, le vicende che lo hanno ispirato sono datate 1983, a prescindere da eventuali date nominate nel romanzo. A quel punto io avevo già letto Amore tra donne della dott.ssa Charlotte Wolff; Sesso e temperamento, oltre che Maschio e femmina di Margaret Mead e Il secondo sesso di Simone de Beauvoir; e Colette, Violette Leduc, Anaïs Nin, Gertrude Stein, Djuna Barnes; e anche Lettere a Marina di Dacia Maraini, e... tante altre donne, scrittrici o ricercatrici, antropologhe, scienziate, giornaliste, persone qualunque che in qualche modo hanno sfiorato o approfondito il lesbismo studiandolo, spiegandolo, qualcuno vivendolo e raccontandolo, supportando con le loro parole quella parte di me così importante ma allora sconosciuta e scomoda, invece che disprezzarla e distruggerla. Insomma, in quei primi anni Ottanta il femminismo (e certa sinistra) aveva già depurato il lesbismo (e l'omosessualità in genere) di tutto il peccaminoso e il patologico di cui era stato rivestito, e lo avevano persino promosso a momento autentico e profondo di sorellanza. Passato il femminismo militante, mi sembrò che di vere lesbiche, cioè di lesbiche ad oltranza, ne restassero pochissime sulla scena. O, meglio, cambiarono i toni perché probabilmente erano cambiati i bisogni. Inoltre, i percorsi intellettuali non vanno alla stessa velocità per tutti e neanche vanno verso la stessa meta, pur incontrandosi comunque, gli individui, su un tratto di strada in comune. La questione omosessualità è universale e credo che non si risolva né con la provocazione né con una legge. Una legge, infatti, aiuta ad avere le stesse opportunità ma non toglie l'eventuale pregiudizio dal cuore né inculca il coraggio se esso non esiste di già. Per togliere il pregiudizio e la paura dai cuori ci vogliono piuttosto decenni, e secoli di frequentazioni reciproche. Omosessuali, bisessuali, eterosessuali e persino asessuali, maschi e femmine, transessuali e qualunque altra sfumatura di genere e condizione psicologica e fisiologica che non implichi l'abuso dei minori o di chi è più debole economicamente, fisicamente e psicologicamente. Frequentazione dunque nel privato e sul lavoro. Non il separatismo che tra parentesi è utilissimo in alcune fasi del proprio percorso, utile ma non definitivo. Ci vuole pazienza politica e privata, ci vuole la lucidità di uscire a gran velocità dal ruolo di vittima, ci vuole la coscienza della propria dignità e soprattutto la volontà di capire le resistenze altrui. Capirle non nel senso di subirle e neanche per condannarle e deriderle, ma per aiutare ad eliminarle. Questa inoltre non è una faccenda di sinistra o di destra. È una faccenda che riguarda tutta la società e va elaborata uscendo dagli schemi che si usano di solito. Ma a che punto siamo? Tra l'Italia e la Danimarca, quando la conversazione si concentra sull'argomento omosessualità sento frasi che vanno da «Ma ormai non è più un problema! » a «Sarà purtroppo sempre un problema!», a seconda dell'ottimismo o del pessimismo dell'interlocutore. E io non posso che dare ragione ad ambedue le conclusioni e anche a tutte le altre posizione di mezzo, dato che in realtà dipende molto dall'ambiente, l'età, il livello culturale, la tradizione, la religione e l'approccio personale. In ogni caso la dignità e il diritto di esistere così come siamo non ce li devono concedere gli altri, ce li abbiamo già con noi fin dalla nascita. Ed è chiaro che dicendo questo non mi riferisco solo all'omosessualità.
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Angela Siciliano
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