domenica 15 marzo 2009

Orrori Nostri











Giovanni Falcone
(1939-1992)
nella foto con Paolo Borsellino (1940-1992)


Da "Cose di Cosa Nostra", Rizzoli - 1991,
in collaborazione con Marcelle Padovani:
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Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrá far credere che alcuni politici non si siano alleati a Cosa Nostra - per un'evidente convergenza di interessi - nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.
Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d'Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente leggittimo, né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all'interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici ad un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto... certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda conto.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

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Da "La palude e la città" di Pino Arlacchi
e Nando dalla Chiesa - Mondadori, 1987:
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...L'interrogativo da porsi diventa il seguente: in quali casi la mafia può essere trattata in modo accademico e perciò sollecitare - magari dietro il paravento della "serenità intellettuale" - una minore spinta a capire? In due casi soprattutto. O quando si ha una visione non necessariamente "antimeridionalista" ma sicuramente "ameridionalista" della storia e della società italiana, possibilmente in virtù di una forte componente di cultura industrialista (o anche operaista); oppure - ed ventualmente insieme - quando si è imbevuti di un antistatalismo così potente da considerare come fatti poco coinvolgenti, "altro da sé", tutti gli attentati e gli attacchi condotti contro lo Stato e i punti di snodo istituzionali della convivenza civile.
Quando queste circostanze ricorrono, si possono produrre impasti micidiali con altre culture. Una di esse è senz'altro la sicilitudine, la quale si caratterizza: 1) sia per la difesa - comunque sia - di tutto ciò che è siciliano, e più atavicamente siciliano, in genere su una piattaforma di pronunciato vittimismo; 2) sia per la pretesa di impedire a chiunque non sia siciliano di parlare di mafia, in base all'assunto che egli, in quanto tale, non ne possa "capire niente"; 3) sia per coltivare il gusto del dubbio ed esercitarlo, sofisma dietro sofisma, fino a entrare e a crogiolarsi nel regno della neutralità etica.
Un'altra di queste culture è il tradizionalismo reazionario, che si caratterizza per concepire come sovversivo e antisociale tutto ciò che mette in crisi l'ordine esistente, anche nelle sue più degradanti patologie; esso dunque combatte istintivamente e animosamente chiunque conduca la lotta contro la mafia senza preoccuparsi degli equilibri di potere esistenti.


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