giovedì 19 marzo 2009

Trans ducere


Marguerite Yourcenar
nel 1987
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Tradurre. Traducere, cioè trans (al di là) e ducere (condurre): condurre, trasferire dei concetti, delle parole da una lingua all'altra. Tradurre può essere un grande onore e una grande fatica allo stesso tempo. Essere fedeli al testo originale non è semplice e chi traduce sa che in molti casi fedeltà vuol dire semplicemente "l'equivalente". Ma: deve una traduzione riprodurre lo stile originale o semplicemente deve riprodurre lo stile attuale nella lingua in cui si traduce? E se l'autore sperimenta con la lingua, la sua, come ridare l'audacia e le visione del testo originale al lettore che leggerà una traduzione? E l'ironia? Le metafore? Le circostanze politiche e storiche, le tensioni, alle quali si allude o che sono sottintese? Non si finirebbe mai di crearsi problemi, tutti fondati e tutti relativi. Un traduzione invecchia ogni cinque anni circa? Eppure il testo originale resta lo stesso! Cioè resta datato...allora perché aggiornare una traduzione?
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Tra le storie di traduzioni di cui sono a conoscenza, una mi sembra molto affascinante: la traduzione in italiano delle "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar. Ce l'ha raccontata la traduttrice stessa, Lidia Storoni Mazzolani, in "Una traduzione e una amicizia" del 1988, che è abbinato all'Adriano, edito da Einaudi. Un volume che trovo veramente prezioso perchè comprende oltre che il romanzo e la storia della traduzione, anche "Taccuini d'appunti" della Yourcenar, un breve testo sulla lunga storia degli appunti che diventarono il romanzo.
La traduzione in italiano di Lidia Storoni Mazzolani è un capolavoro a sé. Forse anche grazie al dialogo, al rapporto con l'autrice, del quale racconta così gli inizi: "...voleva che il suo scritto sembrasse tradotto dal latino e perciò preferiva una studiosa del mondo classico anziché di letteratura francese...Era una donna un po' pesante, vestita con grande semplicità, taciturna; mentre prendeva il tè, guardava il Mausoleo di Adriano incorniciato dalla mia finestra. Forse, quella presenza al di là del Tevere le sembrò un segno propizio. Mi accinsi al lavoro con impegno: era la prima volta che traducevo dal francese e da un autore vivente. Sapevo che non le sarebbe sfuggita la minima svista. Mi aveva pregato di scriverle, se avessi avuto qualche dubbio - una cosa che i traduttori non fanno mai".
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Il libro venne pubblicato intorno al 1953 da un editore napoletano, senza la possibilità per la traduttrice di rivedere le bozze; un anonimo revisore aveva reso il testo plateale, sciatto anacronistico. La Mazzolani iniziò un'azione legale. La Yourcenar apprezzò questa difesa del suo testo e le scrisse spesso per incoraggiarla durante la vertenza, lettere che anche se "di affari" avranno sempre più toni confidenziali fino a diventare lettere "di amicizia". La corrispondenza continuerà e durerà negli anni. Nel 1956 la sentenza sarà finalmente favorevole alla Mazzolani.
Negli anni seguenti Yourcenar le scriverà diverse lettere per le varie circostanze private: nascite, matrimoni, morti. Ci sarà inoltre, tra loro, un'altra traduzione (L'opera in nero), anche questa con sviluppi problematici. Una volta le scrisse una lunga lettera, su cosa aveva visto, poco dopo essere stata a Leningrado, lettera che la Mazzolani voleva pubblicare in una rivista alla quale collaborava, ma la Yourcenar non volle; tuttavia qualche anno dopo si fece dare la fotocopia per lasciarla pubblicare in una rivista canadese.
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Tornò in Italia nel 1958, con Grace Frick "l'amica che non la lasciava mai" (cito la Mazzolani), e a casa della Mazzolani incontrò, tra gli altri, Elsa Morante. Poi Einaudi rilevò i diritti delle Memorie di Adriano e l'epistolario tra le due si infoltì: La Yourcenar semplicemente grata di poter spiegare il proprio lavoro ad una persona competente. Citando i contenuti delle lettere della Yourcenar di quel periodo: "Mi sorprende sempre constatare quanto rari siano, soprattutto in Italia, i lettori disposti ad accettare questo libro per quello che é. Uno studio sul destino umano, l'immagine di un uomo che delle sue virtù e dei suoi difetti, delle sue esperienze personali e della sua cultura poco a poco si compone una sorta di saggezza pragmatica d'amministratore e di principe...".
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E più avanti, notando la fatica nel quotidiano della Mazzolani: "Se un uomo lavora in ufficio, può sempre, se vuole, chiudersi in un mondo di cifre, di rapporti, di statistiche; ma la donna resta sempre vicina agli esseri, alle cose...Grace fa la sua parte dei lavori domestici, ma, in fin dei conti, la cucina la faccio io, qualche volta perfino il pane, strappo le erbacce, rastrello il giardino, rammendo la biancheria e i miei pullovers...quanti momenti poi passano in contatti, sia intimi sia indifferenti, che non hanno nulla d'intellettuale...".
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Quando nel '79 Grace Frick morì, Marguerite Yourcenar prese a viaggiare; una volta telefonò alla Mazzolani, alle 9 di una mattina di marzo del 1982, dopo aver trascorso la notte a Roma, il suo aereo partiva un'ora dopo, voleva soltanto salutarla e chiederle dei comuni conoscenti. Dopo, qualche biglietto di auguri ancora, e infine la morte. "Vorrei" scriveva Lidia Storoni Mazzolani " che sulla pietra dov'è scritto il suo nome fosse incisa la formula sepolcrale latina: S.T.T.L. = Sit Tibi Terra Levis. Ti sia lieve la terra."
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Di una traduzione mi interessa anche cosa accade presso l'autore tradotto, specie se ha la fortuna di seguire ed eventualmente "influenzare" il lavoro: è come riscrivere l'opera? Farla rinascere? Dovendo spiegare al traduttore le sfumature si finisce inevitabilmente con l'approfondire il proprio testo, le parole scelte, il perché delle scelte consapevoli e non. E un traduttore che maneggia con rispetto e delicatezza il testo è anche il migliore lettore dell'autore? E nel caso in cui l'autore traduce se stesso? E quando la traduzione avviene in una lingua della quale non si ha alcun controllo perchè totalmente sconosciuta?
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Lidia Storoni Mazzolani su Wikipedia
Marguerite Yourcenar su Wikipedia
Leggi anche il post del 25.9.09: Les yeux ouverts
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