lunedì 27 aprile 2009

Una settimana di peccato


Ogni giorno esco di casa con le migliori intenzioni: ho appena lasciata la lettura del momento e penso convintissima che "naturalmente quando rientrerò riprenderò il libro in mano" e "di certo darò un'occhiata agli appunti da riordinare" e "uno di questi giorni rivedo la traduzione del mio romanzo scritto direttamente in danese" e " dovrei rileggere anche...". Trotterello vibrando di energia interiore, in direzione della metropolitana.
Poi la giornata di lavoro mi risucchia nel suo vortice: tempi da rispettare, precisi compiti da svolgere nel migliore modo possibile, adeguare l'udito alle urla, pianti, grida di gioia e di disperazione urgente, risate; adeguare l'olfatto ai pannolini da cambiare, adeguare la schiena ai teneri sacchetti di lacrime e sorrisi da sollevare e rimettere a terra... e decine di altre metamorfosi necessarie. Poi finalmente il rientro a casa dopo essere passata eventualmente al supermercato, stanca, confusa e bisognosa di fare un bel niente.
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Ma c'è la posta da leggere, quella telefonata da fare, quel modulo da riempire via internet e intanto preparare una cena degna di questo nome, e, e, e. Dove sono finite le belle intenzioni del mattino? Nel mal di schiena e nei piedi gonfi.
Mi metto a piedi nudi, respiro profondamente, mi distendo sul tappeto, accendo la televisione intanto che la cena sfrigola o bolle. Riprendo il libro in mano ma non mi attrae più come al mattino; cerco gli appunti da rileggere e riordinare ma li trovo troppo confusi per quella poca concentrazione che riesco a raccogliere; passo alla traduzione, ma santo cielo se mi sembra complicata! Sbam!! Mi butto sul divano e penso a come riuscire a liberarmi domani dal lavoro: mi fingo malata? Mi faccio venire un vero malore somatizzando a comando?
O semplicemente mi concedo di rimandare a data indefinita i miei interessi? Vita permettendo?
O ancora più drasticamente "devitalizzo" ogni nervo creativo e mi dedico "al concreto e solido, ottuso e stabile andare avanti"?
Come si fa a fare l'uno e l'altro? A vivere come si vuole e a vivere come si deve? Io non ci sono riuscita ancora.
In preda a questi sentimenti e pensieri, riapro un libro letto nel maggio del '96:
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Una settimana di peccato (1948)
di Folke Fridell (1904-1985)
 
edito da Iperborea,
"temporaneamente esaurito",
tradotto da Laura Cangemi.
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Fridel insieme a circa venti altri scrittori è rappresentante di una corrente letteraria sviluppatasi in Svezia intorno agli anni trenta: il romanzo proletario. Continuò a lavorare in una fabbrica tessile anche dopo aver pubblicato, rendendosi conto di quanto difficile e insostenibile fosse la sua condizione. Aveva ufficialmente studiato pochi anni ma ha prodotto, tra romanzi e racconti, venti opere e diversi saggi, apprezzati dal pubblico e da molti intellettuali.
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Il protagonista, Konrad Johnson, si prende una settimana di libertà, di creazione come la definisce lui e non va in fabbrica:
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" Sfiderò la fabbrica. Mi rivolterò radicalmente contro il suo diritto a possedere il mio corpo. La sfida durerà una settimana - se avrò la forza di resistere. Sottrarrò alla potente compagnia ben sette giorni di creazione, sette giorni macchiati di peccato. Per la fabbrica non comporterà alcuna perdita economica, dato che non sono che un elemento di scarso valore, e inoltre farà a meno di pagarmi lo stipendio. La perdita della ditta è valutabile solo in termini di prestigio: qui sta la mia possibilità di vincere.
Se avrò la forza di portare a termine il mio esperimento, nessuno sa quale potrà esserne l'effetto - è come giocare con un ordigno atomico. Forse io sono l'elettrone di un contesto collettivo e la mia deviazione dalle vie tradizionali può determinare deflagrazioni di dimensioni impensate.
...Per oggi devo rimuovere tutti i miei complessi da schiavo.
...La questione è sapere che cosa voglio e come lo voglio.
...E poi c'é il problema della mia responsabilità: in che misura ho contribuito io stesso a creare la mia situazione?
...La mattina del lunedì è la peggiore: durante il riposo domenicale, molti hanno dato qualche strattone al loro laccio di schiavi, riuscendo ad allentarlo un tantino, e alcuni hanno persino imitato la vita lussuosa della borghesia nei locali cittadini.
...Cerco di scovare sotto la paura la sensazione orgogliosa della libertà.
...Sono rimasto a letto solo io. Ho tutti i muscoli contratti dallo sforzo di resistere alla tentazione di saltar giù e raggiungere gli altri: non è ancora troppo tardi. Posso arrivare in orario se non bevo il caffè. È il potere della fabbrica che mi sta sopraffacendo con il suo peso secolare.
...A quest'ora sono ormai un disertore, e sicuramente la mia macchina ha già un altro che si occupa di lei.
...Vittoria?...Uno schiavo che riesce tranquillamente a ronfare mentre la frusta sibila sulla testa non è una vittoria, nonostante tutto? Ma potrebbe anche dipendere dalla stanchezza: non ho molto dormito nella mia settimana di creazione...È arrivato un messaggio dalla fabbrica, ma questa volta non dal capo, bensì dal direttivo del sindacato...Il biglietto è conciso e quasi minaccioso, si direbbe un ordine...La lettera mi infastidisce e sminuisce la mia sensazione di vittoria.
...Ho comunque riposato una settimana, nonostante gli ordini arrivati da più parti. Ora cercherò di tenermi sui sentieri batutti per il resto dei miei giorni.
...il risultato non è stato brillante. Non ho funzionato da elettrone capace di mettere in moto energie. L'esplosione atomica non si è verificata: solo un debole pigolìo, come quello di un uccellino caduto dal nido."




 
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