venerdì 1 maggio 2009

La fortezza



Dino Buzzati (1906-1972)
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Il deserto dei Tartari (1940)
Mondadori
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Vi sarete accorti che ci sono libri che sanno aspettare la nostra attenzione, sanno aspettare il proprio turno, convinti che il nostro disinteresse sia dovuto a più urgenti letture da fare o a pregiudizi ingiustificati che prima o poi svaniranno? Il deserto dei Tartari (pubblicato la prima volta nel 1940) è stato per me uno di questi: ho sempre pensato che fosse una lettura "da maschi", per maschi. (Qualcosa di simile, al contrario, mi capita, per esempio, con "Cime tempestose" di Emily Brontë: ce l'ho da anni sulla mensola, lo spolvero ma non lo leggo ancora, lo lascio aspettare, sono convinta che sia una lettura da fare ma anche decisamente "da femmine"...e cosí come sempre in questi casi, rimando o rinuncio perché temo siano letture indigeste, piene soprattutto di un determinato ingrediente e in una quantità per me intollerabile).
Tuttavia a volte una nuova copertina di una nuova edizione potrebbe improvvisamente rendermeli accattivanti (tanto debole sono come consumatrice!); una nuova presentazione abbinata al prezzo abordabilissimo oppure semplicemente l'attuale età che si nutre di nuovi pensieri, a volte mi fa cambiare idea.

Cosí è successo che l'ultima volta in Italia, un paio di mesi fa, ho acquistato all'ultimo istante, all'eroporto di Milano Linate, il romanzo di Buzzati con l'intenzione di leggerlo prima possibile.
E ho fatto bene. È vero che l'argomento resta ancora troppo maschile per me e anche il valore di dover realizzare la propria vita in battaglia, magari morendoci dopo aver ucciso dei nemici, ma battaglia e nemico sono in questo caso metafora dello scopo per il quale si spende la vita, e questo anche una donna che non ha mai fatto il soldato lo può capire! In un intervista lo stesso Buzzati racconta che l'idea di scrivere il romanzo gli venne osservando se stesso e la routine nella redazione del giornale in cui lavorava (Corriere della sera), facendo i turni di notte, durante i quali accadeva ben poco, e temeva cosí di dover consumare tutta la sua vita in quel bel niente.
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Drogo è un giovane ufficiale che come primo incarico deve prestare servizio alla Fortezza Bastiani, una costruzione non imponente né bella eppure attrente in qualche modo misterioso.
È situata presso un confine dal quale si suppone i Tartari potrebbero attaccare, ma da anni non accade niente e la vita vi scorre con monotono susseguirsi di turni e compiti in fondo senza senso, dato che l'attacco è sempre più improbabile. Decine di colleghi hanno trascorso la vita in quella fortezza in attesa del nemico, della battaglia in cui guadagnarsi l'onore e una carriera vera, e quindi la possibilità di lasciare la fortezza per sempre, ma sono invece rimasti attaccati come le mosche in una striscia di carta insetticida, per un motivo o per un altro, alla vita nella fortezza, in fondo comoda e gradevole. È un ambiente che basta a se stesso. E' una fortezza, una caserma ma potrebbe anche essere una nave o un convento.
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La Fortezza Bastiani inizialmente spaventa Drogo, ma piano piano, gentilmente, mese dopo mese lo accoglie e lo fagocita, e non avrà alla fine molta voglia di andarsene, neanche per le licenze: il resto del mondo non è più interessante di quei turni di guardia, di quel paesaggio, di quei silenzi profondi, di quelle stagioni ammalianti, di quella luna e di quell'orizzonte, in ultima analisi speciali, unici, belli.
Ad un certo punto, alcuni decenni dopo il suo arrivo, il nemico finalmente attaccherà, ma accadrà proprio durante una sua malattia, apparentemente innocua, che però lo costringerà a letto e lo debiliterà a tal punto che un superiore preferirà allontanarlo, per permettergli di curarsi (per liberarsi di un inutile peso, sospetta Drogo);  alla fine non si allontanerà di molto dalla fortezza ma alloggerà in una locanda nei paraggi e da lì si renderà conto di dover affrontare finalmente "la battaglia", ma con la morte già vicinissima.

Il brano:
Le mura in quel punto seguivano il pendio del valico, formando una complicata scala di terrazze e ballatoi. Sotto di lui, nerissimo contro la neve, Drogo vedeva, alla luce di luna, le successive sentinelle, i loro passi metodici facevano cric cric sullo strato gelato.
La più vicina, in una sottostante terrazza, a una decina di metri, meno freddolosa delle altre, se ne stava immobile, con le spalle appoggiate a un muro e si sarebbe detto addormentata. Invece Drogo la udì canterellare una nenia con voce profonda.
Era una successione di parole (che Drogo non riusciva a distinguere) legate tra loro da un'aria monotona e senza fine. Parlare e, peggio, cantare in servizio era severamente proibito. Giovanni avrebbe dovuto punirlo, ma ne ebbe pietà pensando al freddo e alla solitudine di quella notte. Cominciò allora a scendere una breve scala che portava sulla terrazza e fece un piccolo colpo di tosse, per mettere sull'avviso il soldato.
La sentinella voltò la testa e come vide l'ufficiale rettificò la posizione, ma non interruppe la nenia. Drogo fu preso dalla collera: credevano quei soldati di poterlo sfottere? Gli avrebbe fatto assaggiare lui qualcosa di duro.
La sentinella notò subito l'atteggiamento minaccioso di Drogo e sebbene la formalità della parola d'ordine, per muto vecchissimo accordo, non fosse praticata fra i soldati e il comandante della guardia, ebbe un eccesso di scrupolo. Imbracciato il fucile, egli chiese, con l'accento particolarissimo usato nella Fortezza: "Chi va là? chi va là?".
Drogo si fermò di colpo, disorientato. A forse meno di cinque metri di distanza, al lume limpido della luna, egli vedeva benissimo la faccia del militare e la sua bocca era chiusa. Ma la nenia non si era interrotta. Da dove veniva allora la voce?
Pensando a questa strana cosa, poiché il soldato se ne stava sempre in attesa, Giovanni disse meccanicamente: "Miracolo". "Miseria" rispose la sentinella e rimise l'arma al piede.
Subentrò un silenzio immenso, nel quale più forte di prima navigava il brontolio di parole e di canto.
Finalmente Drogo capì e un lento brivido gli camminò nella schiena. Era l'acqua, era, una lontana cascata scrosciante giù per gli apicchi delle rupi vicine. Il vento che faceva oscillare il lunghissimo getto, il misterioso gioco degli echi, il diverso suono delle pietre percosse ne facevano una voce umana, la quale parlava parlava: parole della nostra vita, che si era sempre ad un filo dal capire e invece mai.



Dino Buzzati su wikipedia



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2 commenti:

  1. Figurati, questo libro mi è stato regalato 4-5 anni fa, e ancora non l'ho toccato, per chissà quale motivo. Peraltro amo molto i racconti di Buzzati.
    Secondo me ogni libro ha i suoi tempi: di solito mi lascio chiamare. Non è sempre il momento giusto per qualsiasi libro.

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  2. Foderina sbagliata?! Ah!Ah!
    Io invece è il primo di Buzzati che leggo.

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