martedì 7 luglio 2009

I poteri della mente



Isabel Allende
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Paula
Feltrinelli - 1994
Traduzione di Gianni Guadalupe
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Fondamentalmente un'autobiografia. Ma è un romanzo ibrido in cui la formazione di scrittrice (la coscienza di esserlo arrivandoci col tempo, dopo anni di scrittura e tre pubblicazioni) e lo sviluppo quasi spontaneo delle capacità medianiche (un po' perché ereditate da una percentuale di sangue indio e da una nonna veggente, un po' perché i dolori affinano la sensibilità e i sensi), sono amalgamati alla storia del coma della figlia, Paula.
E' un calderone in ebollizione, voglio dire che continua a bollire mentre lo si legge, e contiene tra le altre cose un femminismo che include tutta la gamma dei miti e dei valori femminili (dalla Dea Madre alla quale rivolgersi che è poi anche la Madre Terra, al ruolo di accompagnatrice nei momenti cruciali degli esseri umani); l'amore patriottico per il proprio Paese che si pensa democratico e lo si scopre invece animalescamente assassino; l'appartenenza ad una classe privilegiata in un continente classista e l'incontro con il razzismo in un altro continente; un cognome che impone delle responsabilità, che è vestito di un alone di fama, profumato di socialismo e intristito dal tradimento politico subito, un cognome che apre con facilità alcune porte (dove non le chiude); l'audacia di raccontarsi con pochi pudori, con sincerità, vicinissima al lettore.
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Il romanzo è del 1994, ma io ci sono arrivata ora. A parte la sfortunata storia di Paula e le riflessioni inevitabili sull'accanimento terapeutico, sulla crudeltà per un genitore di essere testimone della morte di un figlio; a parte il piacere di conoscere il percorso di Isabel Allende e il piacere di leggere la sua prosa appassionata, esuberante, incandescente, tumultuosa e infine anche riposante, a me "Paula" fa pensare ad alcune letture fatte nel passato, per esempio "Il corpo lesbico" (1973) di Monique Wittig, (il mondo atavico delle donne, sepolto nell'inconscio, rivissuto oniricamente), e ai vari romanzi, relazioni di esperienze magico-esoteriche, del peruviano Carlos Castaneda, ai suoi "A scuola dallo stregone" (1968), "Una realtà separata"(1971), "Il dono dell'aquila"(1983) ecc.

Raccontando di una sua esperienza di studio in Europa, in Belgio, insieme a suo marito:
"...La mia borsa di studio faceva parte di un programma a favore del congolesi, con i quali il Belgio era in debito per i molti anni di brutale colonialismo. Io costituivo l'unica eccezione, una donna di pelle chiara fra trenta maschi neri. Dopo una settimana di umiliazioni capii che non ero preparata per una simile prova e rinunciai, anche se senza quel denaro ci saremmo trovati in difficoltà. Il direttore mi chiese di spiegare alla classe le ragioni della mia brusca partenza, e non ebbi altro rimedio che affrontare quel gruppo compatto di studenti e dire nel mio deplorevole francese che nel mio paese gli uomini non entrano nel bagno delle signore sbottonandosi la patta, non spingono via le donne per passare per primi dalle porte, non le calpestano per sedersi al tavolo o salire sull'autobus, che mi sentivo maltrattata e mi ritiravo perché non ero abituata a quelle maniere. Un silenzio glaciale accolse la mia tiritera. Dopo una lunga pausa uno di loro prese la parola per dire che al suo paese nessuna donna per bene manifesta il bisogno di andare in bagno in pubblico, né tentava di passare dalle porte prima degli uomini ma camminava diversi passi più indietro, e che sua madre e le sue sorelle non si sedevano a tavola con lui, mangiavano più tardi gli avanzi della cena. Aggiunse che se sentivano permanentemente offesi da me, non avevano mai visto una persona così maleducata, e poiché io costituivo una minoranza nel gruppo dovevo sopportare come meglio potevo.

E' vero che io sono una minoranza in questo corso, ma voi lo siete in questo paese, replicai, sono pronta ad adattarmi, ma dovete adattarvi anche voi se volete evitare problemi in Europa. Era una soluzione salomonica, ci accordammo su alcune norme basilari di convivenza e rimasi. Non vollero mai sedersi con me a tavola o in autobus, ma smisero di invadere il bagno e di scostarmi a spintoni.
Durante quell'anno il mio femminismo scese ai minimi termini: camminavo modestamente due metri dietro i miei compagni, non alzavo gli occhi né la voce e passavo per ultima dalle porte. una volta due di loro si presentarono nel nostro appartamento in cerca degli appunti di una lezione, e quella sera stessa venne l'amministratrice del condominio a dirci che la 'gente di colore' non era benvenuta e che avevano fatto un'eccezione per noi, perché nonostante fossimo sudamericani non eravamo completamente scuri di pelle."

E avanti, parlando della sua futura nuora (che proveniva da una cultura di estrema destra e cattolica fino al cilicio):
"Il razzismo le passò in una settimana quando si accorse che negli Stati Uniti noi non siamo bianchi bensì ispanici e occupiamo il gradino più basso della scala sociale."




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