domenica 13 settembre 2009

L'anima del mondo

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Susanna Tamaro
(1957)
da Anima Mundi
Baldini e Castoldi -1997
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Cap.V:...Ai primi di giugno ho firmato il contratto per il libro, l'editore era simpatico, aveva la barba e portava sempre una sciarpa intorno al collo, parlava senza mai fermarsi. La sua casa esisteva da pochi anni ed era specializzata in libri di scrittori selvaggi, gente cioè che faceva tutt'altro nella vita e poi di punto in bianco scriveva un libro. La vita in fiamme, questo era il titolo, sarebbe uscito in settembre. Ero un po' deluso che nessuno avesse mai parlato del compenso, poi però mi dicevo "in fondo è una questione marginale, l'importante è che il libro sia stampato, da quel momento in poi, di sicuro mi si apriranno tutte le porte". Avevo davanti a me l'estate. Era un'estate leggera, non mi restava altro che godermela come un dono inaspettato. E così, in effetti, ho fatto.
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...Il libro uscì alla fine di settembre. Alla presentazione, a casa di Neno, c'era un mucchio di gente importante. Io finalmente avevo imparato a vestirmi nel modo giusto...Tutti mi venivano vicini e mi facevano i complimenti. "Da tanto tempo non si leggeva qualcosa di così straordinario", dicevano,"con questo libro davvero la letteratura comincia a rinascere." Poi volevano sapere tutto: ...se per caso il protagonista era una sorta di alter ego, se anch'io bevevo dal mattino alla sera. Io dicevo che sì, era chiaro, si trattava di un racconto autobiografico.
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...In quei giorni ho fatto anche qualche intervista, quando le ho lette sono rimasto deluso, avevo parlato con passione per ore e l'immagine che veniva fuori era soltanto quella di un ubriacone provinciale. La mattina facevo il giro delle librerie vicino a casa per controllare che il libro fosse esposto. "Come va?" chiedevo ai commessi indicandolo e loro rispondevano sempre:"Be', deve ancora partire". Stavo cominciando a provare una certa inquietitudine quando, tramite Nemo, si era fatto vivo un produttore cinematografico. "Questa storia potrebbe essere un film stupendo", aveva detto e, poco dopo, avevo firmato un contratto di opzione sui diritti. La realtà si stava avvicinando ai miei sogni, avevo un pezzo di carta in mano e quel pezzo di carta mi avrebbe garantito tanti soldi quanti mai ne avevo avuti nella mia vita. Potevo finalmente licenziarmi, smettere di lavare i piatti. Il padrone del ristorante non sembrò tanto addolorato, mi pagò il mese, dimenticandosi della liquidazione. Ero in nero, dopotutto.
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...Passò un anno. Le riprese del film non cominciarono mai, non ci fu neanche il contratto per la sceneggiatura. Nei primi mesi la mia tenacia nel cercare il produttore fu abbastanza forte, poi si affievolì e, affievolendosi, si mutò in depressione. Non capivo perchè ci si dovesse comportare in quel modo, in fondo, se ci fossero stati dei problemi, non sarebbe stato meglio parlarne?...I soldi dell'opzione e quelli risparmiati al ristorante erano quasi finiti, non sapevo come guadagnarne altri. Sono andato allora a trovare l'editore, non avevo visto ancora una lira così gli ho chiesto di saldare i conti. È scoppiato a ridere, ridendo mi ha dato una pacca sulle spalle. "Ma dai, non lo sai che che con i libri non si campa?" Poi mi aveva mostrato dei bollettini di cui non capivo niente. "Guarda", aveva aggiunto indicando alcune righe con una matita, "non hai venduto neanche trecento copie, la settimana prossima quelle rimaste andranno al macero. Era un bel libro sai, peccato che nessuno se ne sia accorto, ci ho rimesso un bel po' di quattrini ma non sono pentito."
Avevo l'acqua alla gola, così, ai primi di dicembre, mi sono deciso a chiedere aiuto a Neno. Secondo lui, era stato un grande errore lasciare il lavoro al ristorante. Se volevo fare lo scrittore potevo benissimo lavare i piatti: "Le esperienze di vita, quelle sì che contano". Comunque alla fine mi ha dato un numero di telefono di uno sceneggiatore.

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...Alle quattro in punto ero davanti a "La dolce vita", così c'era scritto su una mattonella di ceramica sopra il campanello. Sotto, in un altro quadretto acquarellato, c'era un signore che dormiva beato su un'amaca.
...Come biglietto da visita avevo portato una copia de La vita in fiamme, l'ho tirata fuori dalla mia borsa di pelle grezza e gliel'ho data...Lui ha preso il libro come prendesse la carcassa di un topo morto, ha aperto la prima pagina, ha scorso qualche riga, poi l'ha girato, ha letto la quarta di copertina, ha scosso la testa, fatto un sospiro e me l'ha riconsegnato. "Ti ringrazio del pensiero ma non lo voglio." Sono rimasto paralizzato, non avrei mai immaginato una risposta del genere. Stavo fermo e intanto i pensieri correvano velocissimi. È stato maleducato, mi dicevo, allora posso esserlo anch'io, adesso mi alzo in piedi e lo schiaffeggio poi gli dò anche un calcio in quel culo mollo, vecchio stronzo merdoso fetente. Pensavo questo e mi ribolliva il sangue, intanto però continuavo a stare fermo, non potevo farlo, ero completamente senza soldi e quel signore era l'unico in grado di procurarmeli. Così, simulando un sorriso, ho parlato come quei disgraziati che vendono enciclopedie porta a porta.
"Perchè no?" ho risposto. "È un bellissimo libro."

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Lui è scoppiato a ridere..."Ascolta Walter", ha detto alla fine, "con te voglio essere sincero perchè mi sei simpatico: riesci ad immaginare quanti giovanotti si sono seduti prima di te su quella poltrona?...cento, duecento...Erano, anzi, siete, tutti uguali. Venite dalla provincia, volete fare il cinema, siete convinti di essere degli artisti, dei geni magari, per dimostrarmi quanto valete arrivate tutti con un libro o una scenggiatura in mano. Penserai che sono cattivo ma ti sbagli, guardati intorno: in questo salotto cosa vedi? Librerie, librerie da terra al soffitto, librerie senza più neanche una mensola vuota e sai cosa c'è in queste librerie? Soltanto classici. Ecco perchè non voglio il tuo libro così come non ho mai voluto gli altri. Voi scrivete per dimostare che siete delle anime belle e a me, delle vostre anime belle non me ne importa niente. Se fra trent'anni qualcuno ancora dirà che questo tuo libretto è un capolavoro, forse lo leggerò e gli farò posto, ma intanto non mi interessa. Devi lavorare? E io ti faccio lavorare..."
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1 commento:

  1. Cap.VII:
    ...Così le settimane e i mesi mi sono scivolati accanto.
    ...Da qualche giorno Orsa era strana, le parlavo e il suo sguardo era distante.
    ...Fra tutte le cose che avevo immaginato di noi una sola non mi era venuta in mente e cioè che il nostro rapporto potesse finire.
    ...Ma i giorni passavano e continuava il silenzio. Dopo una settimana l'ansia mi ha svegliato di colpo, nel cuore della notte. Alle otto di mattina ho telefonato...Ho riprovato alle nove, alle dieci e alle undici. Sempre la segreteria. Alle dodici ero sotto il suo studio.
    ...La chiamavo a intervalli di dieci minuti...Fuori era una bella giornata di sole, la casa era in condizioni spaventose. Da mesi e mesi non le dedicavo più la minima manutenzione, la polvere, assieme allo sporco, aveva formato degli agglomerati così grossi che ogni volta che aprivo l'unica porta, spinti dal risucchio d'aria, correvano da una parte all'altra come sterpi del deserto...nel lavello della cucina c'erano piatti da talmente tanto tempo che lo sporco aveva deciso di non essere più tale e si era trasformato in un unico multicolore tappeto di muffe. Fare un po' di ordine, ho pensato, potrebbe essere un ottimo sistema per ingannare il tempo.
    ...lo spirito della colf si è trasformato in rabbia...e sono uscito di casa bestemminado.
    ...Se da casa di Orsa si vedevano i Fori, per legge di natura doveva succedere anche l'incontrario, cioè dai Fori si doveva vedere casa sua...Così era chiaro che, per riuscire a vederla, mi sarebbe bastato pagare il biglietto d'ingresso e andare sul colle di fronte.
    ...e mi sono affacciato alla balaustra. Lo studio era proprio di fronte...Orsa era lì, sdraiata, e accanto a lei si intravvedeva la sagoma di un altro uomo. Buio, fine di tutto.
    ...Le fiamme erano tornate nella mia vita. Non avevo visto scoppiare l'incendio...Avrei potuto andare sotto casa sua e insultarla, prendere a pugni il tizio che aveva usurpato il mio posto. Avrei potuto tagliarle i pneumatici della macchina e con la vernice fluorescente scrivere sul cofano "troia". Avrei potuto minacciarla con lettere e telefonate anonime fino a metterle paura. Avrei potuto usare la tecnica del "chiodo schiaccia chiodo" e trovare un'altra donna su cui sfogare la mia rabbia.
    Invece...sono entrato in un bar e ho ordinato un whisky.

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