sabato 26 settembre 2009

Libertà, fuoco e invidia



Suor Juana Inés de la Cruz
(1648/1651-1695)
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POESIE
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Traduzione e introduzione di Roberto Paoli
Biblioteca Universale Rizzoli - 1983
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Messicana, quasi autodidatta. Figlia di un capitano basco e di una creola analfabeta, che era madre di sei figli avuti da due uomini diversi. Apprese a leggere a tre anni. Dai sedici ai venti anni visse nel palazzo del Vicerè. Poi entrò nell'ordine delle carmelitane scalze, in un secondo momento in quello delle geronimite. Il convento la rese libera, di una libertà impensabile fuori dal convento, per una donna, nel diciassettesimo secolo. Nella sua cella aveva il suo studio. Amava la perfetta solitudine, leggendo, studiando, ricercando.
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Dall'introduzione (che si avvicina all'essere una biografia): "...O sposarsi o farsi monica. Questa era la dura alternativa che le si offriva. In nessun caso era prevista per una donna la libertà di studiare. Tuttavia la regola monastica poteva essere al riguardo più tollerante di quella matrimoniale...E oltre a ciò Juana, malgrado le sue moderne prese di posizione in difesa della donna, era in fondo anche lei figlia del suo secolo, e del suo secolo avrà condiviso in qualche misura il sentimento religioso e ascetico. Non è escluso che abbia concorso a portarla in convento un precoce disinganno del mondo...rinunziando per scelta o per necessità al matrimonio, si condannava al convento...In una cella normale quella biblioteca non poteva certo entrare: per questo comprò nello stesso convento una cella assai capace dove potè più comodamente sistemare i libri e gli altri strumenti che le servivano per lo studio.
...L'antipatia che doveva suscitare in convento per colpa della sua solitaria mania, del suo disdicevole e quasi mostruoso rapporto coi libri, si accompagnava all'invidia, che era in agguato sia dentro il monastero che fuori dalle mura...".
 

 
L'ingrato che mi lascia, io cerco amante;
l'amante che mi segue, io lascio ingrata;
costante adoro chi il mio amore offende;
offendo chi il mio amore cerca costante.
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Chi circondo d'amor, trovo diamante,
son diamante con chi d'amor mi parla;
voglio veder trionfante chi mi uccide,
e uccido chi mi vuol vedere trionfante.
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Se l'uno appago, soffre la mia brama;
se imploro l'altro, irrito il mio amor proprio.
Infelice mi sento in ogni caso.
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*

 
Al que ingrato me deja, busco amante;
al que amante me sigue, dejo ingrata;
constante adoro a quien mi amor maltrata;
maltrato a quien mi amor busca costante.
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Al que trato de amor, hallo diamante,
y soy diamante al que de amor me trata;
triunfante quiero ver al que me mata,
y mato al que me quiere ver triumfante.
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Si a éste pago, padece mi deseo;
si ruego a aquél, mi pundonor enojo:
de entrambos modos infeliz me veo.
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Una pagina di Maria G. Di Rienzo su culturagay.it


 
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