mercoledì 18 novembre 2009

Il latte della strega


John Fante (1909-1983)
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La confraternita dell'uva
(1982)

Traduzione di Francesco Durante
Prefazione di Vinicio Caposella
Einaudi - 2004
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Il romanzo racconta della fine di un padre (il suo?), immigrato italiano di prima generazione, e dei suoi compaesani. Tutti amanti del chianti.
Una fine nel vino e nel diabete assassino.
Fante stesso soffriva di diabete a causa del quale divenne cieco. Aveva anche il vizio del gioco e la fortuna di aver sposato Joyce Smart.
Di lui ho letto, in danese "Aspetta primavera, Bandini", e in italiano oltre a "La confraternita dell'uva", alcune Lettere (1932-1981, volume pubblicato dall'editore Fazi), per me particolarmente interessanti per via del suo sguardo italo-americano su un'Italia che non aveva mai visto prima e su Copenaghen.
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Il brano:
."La cucina (in italiano nel testo): il vero regno di mia madre, l'antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d'erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l'altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dailupi di fuori.
Goloso e vorace, Virgil si riempí le ganasce di gnocchi melanzane scaloppine, irrorandosi la gola col nettare favoloso di Joe Musso; incantato, ormai avvinto, si sdilinguiva per la sua grande madre, mandandola in estasi con occhiate amorevoli, interrompendo perfino di tanto in tanto la propria crapula per prenderle una mano e baciargliela con gratitudine. Lei rideva vedendo in che modo perfetto aveva tessuto il proprio incantesimo, e mentre essi si guardavano perdutamente innamorati, io scivolai in salotto e telefonai ad Harriet a Redondo Beach.
- Tutto a posto lassù? - domandò.
- Sí, sí. Non c'è problema.
- E il divorzio?
- Se lo sono scordato.
- Sei andato da mia madre?
- No.
- Ci vai?
- Forse domani.
- Promesso?
- No.
Avvertii il respiro caldo di mia madre sul collo e mi voltai a guardarla mentre origliava. Cosí, senza infingimenti, sfacciatamente.
-Fammi parlare, - disse, togliendomi la cornetta di mano. E poi: - Prontooo, Harrietta. Songo io a telefono, 'a suocera tua. Comme stai, Harrietta? Buono? Io? Stongo buono, si.
Eccola di nuovo, con quel suo modo ipocrita di lusingare Harriet, quell'inchinarsi come una serva al cospetto di una baronessa, una forma di autodegradazione tale che anche la sua facoltà di parola ne risentiva. Nata a Chicago, e a conoscenza della sola lingua inglese, mia madre ciononostante parlava come un'emigrata napoletana fresca di sbarco ogni volta che le capitava di sentire Harriet.
Ascoltai, esasperato, tirandomi i capelli. - Harrietta, ti debbo cercare una cortesia, va buono? Ti dispiace che tuo marito rimmane due o tre giorni, una settimana? Papà suo tiene bisogno di aiuto, quel povero vecchiarello che tiene pure i reumatismi. Sí, una settimana, oppure dieci giorni; può darsi che so' due settimane o tre, poi la giobba è fernuta. Okay, Miss Harrietta? Grazie assai. Dio ti benedice...
Le strappai la cornetta. - Saró a casa domani,Harriet. Lascia perdere tutte queste scemenze!
Mamma ficcó la bocca nell'apparecchio.
- Pe' piacere, Harrietta, spero che non faccio guai in casa tua, va buono? Voglio solamente aiutare a papà che tiene la schiena offesa.
- Vengo domani! - strillai, buttando giù il ricevitore."
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