mercoledì 16 giugno 2010

Incompiuto e liberatorio

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Ernesto
di Umberto Saba
Einaudi 1975
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La mia prima lettura di "Ernesto" risale al 1986. E lo avevo dimenticato, ricordandone cioè e solo a grandi linee il senso. Ma quale migliore lettura di un testo i cui dialoghi sono in triestino, quando si ritorna a Trieste?
Nella prima lettura avvenuta quando non avevo mai messo piede a Trieste, ricordo di aver trovato alcune conferme, per esempio che molti passano attraverso "certi rapporti", alcuni dimenticandosene subito dopo, altri restandoci, altri ancora conservandoli nella memoria come preziosi), in questa seconda lettura (oltre due decenni dopo di esperienza), vi trovo invece soprattutto la dolcezza dell'adolescenza, l'innocenza dei primi amori, una prosa sincera e un'immagine veloce di una Trieste che adesso conosco un pochino ma che in realtà non esiste più, pur restando ancora visibile ovunque nella città: la Trieste di fine Ottocento.

Ernesto è un ragazzo di sedici anni, vissuto a Trieste nel 1898, è come un angelo tenero ma è anche crudele e spietato come tutti gli adolescenti, egoista, egocentrico e bugiardo.
Il romanzo (che avrebbe potuto intitolarsi "Intimità" oppure "Un mese" o "Un anno" e questo lo sappiamo dalla corrispondenza dell'autore che arricchisce il volume) resterà incompleto perchè Saba, malato e vecchio, non avrà l'opportunità di finirlo, ma anche così (interrotto, promettente cose che mai potrà mantenere, allusivo a cose che mai sapremo) è prezioso, unico.

Nel 1961, la rivista "Nuovi argomenti" pubblica una nota di Elsa Morante a proposito del romanzo/racconto di Saba (all'interno di un'inchiesta sull'erotismo). Saba le aveva letto, ad alta voce, qualche anno prima, il manoscritto che si andava sviluppando (sempre convinto l'autore, di avere poco tempo a disposizione e temendo i tanti impedimenti quotidiani). Morante rilesse poi il manoscritto grazie alla figlia di Umberto Saba:
"Ho letto, di recente, un romanzo incompiuto, inedito, e ancora (ma per poco, io spero) sconosciuto a tutti. Nella nostra perpetua immaturità, che cerca a tentoni i suoi passaggi verso la chiarezza, certe letture equivalgono, per noi, a esperienze reali e provvidenziali: sgombrando d'intorno a noi, col loro intervento illuminante, i mostri infantili della superstizione comune. In questa funzione liberatoria consiste, io credo, la massima ragione dell'arte.
[...] Vi si narrano le prime esperienze erotiche (amorose) di un ragazzo: le quali s'iniziano, per avventura, con una di quelle relazioni che - sebbene reali, e umane, e comunque di natura - la superstizione considera nella loro specie, tabù. Il ragazzo di Saba, per sua grazia, è immune da certi tabù, responsabili di trasformare le realtà naturali in mostri assurdi e delittuosi.
[...] Portato dalla sua innocente sensualità, e dalla sua spontanea curiosità della vita, questo ragazzo ideale, come è passato attraverso la sua prima, occasionale esperienza, così poi naturalmente conoscerà l'amore delle donne [...] il caro e felice Saba [...] nella sua narrazione, non tralascia nessun particolare, per quanto difficile e segreto, purché gli sembri necessario; non castiga nessuna parola. Però, le stesse cose che altri, nel dirle, potrebbero rendere oscene, o ridicole, o sordide, si rivelano invece, dette da lui nella loro chiarezza reale, naturali e senza offesa. Lasciando limpida, alla fine della lettura, l'emozione degli affetti, restituita alla purezza consapevole della coscienza matura. [...]."

Del romanzo scelgo un brano in cui di tutta la vicenda si descrive il "dopo molti anni", quando tutto "è passato":
"L'uomo - che aveva, e per sue buone ragioni, più paura di Ernesto che Ernesto di lui - non solo non si confidò mai a nessuno (verso un ragazzo da cui aveva cavato il suo piacere, e non gli si era dato per denaro, il suo comportamento era piuttosto - se così può dirsi - cavalleresco); ma quelle poche volte che lo incontrò per strada finse di non vederlo. La prima fu mentre accompagnava a casa Cesco, così ubriaco che non si poteva reggere sulle gambe; le altre parecchi anni dopo, a intervalli sempre più lunghi. Ernesto, anche lui molto cambiato, lo riconobbe appena: non era nemmeno sicuro se fosse lui o un altro. Lo rivide curvo, con le mani incrociate dietro il dorso: un vecchio gli pareva, un vecchio cadente e, per di più (sebbene non lo fosse), un mendicante. Tutte le volte i loro occhi s'incontrarono, per allontanarsi; e mai ci fu tra loro uno scambio di saluti. Tutto era finito, e finito veramente."

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Leggi anche il post "Canarina azzurra".
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