giovedì 12 maggio 2011

Il peso delle palpebre


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A proposito di rughe, di plastica facciale, di labbra e seni irriconoscibili, di masochismo estetico, di equivoco estetico, di industria dell'estetica del corpo, e della faccia che "si chiama così perchè la facciamo noi" con l'esperienza e la vita, come dice Lorella Zanardo nel suo film Il corpo delle donne, ho trovato due poesie che mi sembrano adatte a queste riflessioni. Sono di

Gian Mario Villalta
e le ho trovate in
Almanacco dello specchio 2005:


VERO VISO

Un viso, nell'opera degli anni, quando si compie?
Uscendo dall'adolescenza, quando pare fermarsi
per la prima volta, dopo tante prove e tentativi
di assomigliare a un parente, o a un amico, falliti?
Oppure quando passati i quaranta anni,
nel peso delle palpebre, nell'esimersi delle labbra,
nella tensione delle narici, il carattere,
le manie, vengono fuori, i vizi, la memoria
che adesso occupa il suo presente?
O quando, prima della devastazione, vi si imprime
l'ultima forma, semplice, riassumibile in poche linee
essenziali, l'effige, la caricatura?


SPECIO

Do ch'i se varda
i vede
un che varda
un che varda

(SPECCHIO: Due che si guardano / vedono/ uno che guarda / uno che guarda)



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