giovedì 5 maggio 2011

Per forza


Alessandro Manzoni
(Milano 1785-1873)

Da La monaca di Monza
(Carlo Mancosu Editore - 1993)

"Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe più che due occupazioni: l'una interiore, ed era di persuadere a se stessa ch'ella era contenta della sua scelta, di fermarsi quanto più poteva su le immaginazioni che potevano renderle gradevole il monastero, di cercare un po' nella divozione, un po' nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute, consolazioni celesti o mondane, tutto purché fosse consolazioni. L'altra occupazione era di accellerare quanto più si poteva tutte le operazioni preliminari alla vestizione, per uscir di casa, per essere chiusa una volta, per precludersi ogni strada al tornare addietro, per non sentirsi più nascere in cuore quell'intollerabile: - potrei forse ancora. - Questo suo desiderio s'accordava troppo con quelli del Marchese perch'egli non cercasse ogni via per soddisfarlo; e infatti sollecitò a tempo e contratto tutte le dispense per farlo.
Così mi sembra che sarà bene che facciamo pur noi in questo racconto. Diremo dunque che Geltrude entrò nel monastero di Monza, e che assunse l'abito; che scorso il tempo del noviziato nel quale la sua risoluzione parve sempre più spontanea e ferma, perché ella mostrava tutto ciò che poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ciò che avrebbe potuto far credere il contrario, trascorso questo tempo, ella fece la solenne professione, con una pompa straordinaria, e quale si conveniva alla casa. Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto sull'altare, ma era di frutti della terra; la mano che ve lo aveva posto non era monda; il cuore non lo offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovr'esso."

"Il lettore non avrà forse dimenticato che la famiglia onde usciva Geltrude era molto potente, e che questa era la cagione principale per cui ella era stata tanto desiderata nel monastero. Infatti il monastero aveva acquistato nel Marchese Matteo un protettore dichiarato il quale risguardava ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si trovava una sua figlia. Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verità la cosa era giusta. Lo pagavano in tanti sgarbi, in tanti scherni, in tante fantasticaggini che avevano a sopportare da Geltrude [...].
Ad essere badessa si richiedeva l'età di quarant'anni; e quest'erba per magra che fosse, era anco ben lunge dal becco di Geltrude. Ma oltre le distinzioni e le franghigie per così dire ch'ella godeva per la condiscendenza delle suore, e delle superiore, le era stato conferito il grado più elevato che fosse compatibile con la sua giovinezza: era stata eletta Maestra delle educande.
[...] ella provava un certo rancore contro quelle giovanette destinate per la più parte ad una vita libera e splendida che non era più per lei; le risguardava come nemiche, le spiaceva di vederle liete di una letizia che non era sperabile per essa, e faceva di tutto per toglierla loro, cosa assai facile ad una superiora. Sentiva ella bene la pazza ingiustizia di questa sua passione, ma vi si abbandonava."

"Talvolta invece predominava nell'animo suo l'orrore al chiostro, alle regole, alla disciplina, all'obbedienza, alla solitudine, a tutte quelle cose in mezzo delle quali ella si trovava per forza, e allora non solo ella sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma la animava; si mesceva ai loro giuochi, e gli rendeva più liberi; entrava nei loro discorsi, e gli portava al di là delle intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati.
In queste agitazioni, in questo stato di guerra continua con se stessa, e con ogni cosa circostante ella passò i primi anni del chiostro [...]."



Dall'introduzione di Plinio Perilli:
"Questa storia cupa, torbida e appossionante, laida e disperata, questa gemma distillata dal male, questa velenosa, ammirevole pianta carnivora - resta come una scomoda, censurabile (e censurata) mina vagante, nella produzione manzoniana."


La Monaca di Monza (La signora) su Wikipedia

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