venerdì 9 dicembre 2011

Ritratti d'epoca

Tullio Kezich (Trieste 1928 - Roma 2009)
Foto da filmakersmagazin.it 


IL CAMPEGGIO
DI DUTTOGLIANO

e altri ricordi-racconti
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di Tullio Kezich
Sellerio editore Palermo - 2001
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E' un vero dono, dalla casa editrice palermitana, questo triestinissimo volume che contiene un racconto, dei ricordi e vari ritratti di triestini famosi.
Il personaggio del racconto che dà il titolo al volume  è un balilla, il piccolo Paolo Rancovich, che proprio a causa del cognome è preso di mira dall'ideologia purista tutta fascista (viene tra l'altro subito ribattezzato Stancovich alludendo alla sua presunta fiacchezza fisica):
"Adesso Duttogliano si chiama Dutovlje e fa parte della Repubblica Slovena. Ma una volta, parlo degli anni prima della guerra, lassù c'era il Regno d'Italia e le bettole del Carso erano pieni di gitanti triestini. [...] è venuta la guerra, e quasi subito l'altopiano si è allontanato da noi come l'Africa o la Grecia. Al capolinea dei tram di periferia ci accoglievano ormai sguardi stranieri, pieni di odio."
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Il professore Manzoni, con un entusiasmo travolgente, presenta ai suoi scolari l'idea di trascorrere una settimana al campeggio della Gioventù Italiana del Littorio, come un'esperienza da fare assolutamente, per partire bambini e tornare uomini, apprezzando la natura e la vita all'aperto. Il campeggio però si rivelerà per il piccolo Paolo e altri compagni, un luogo di frustazioni e inutili mortificazioni (dal linguaggio brutale agli esercizi di ginnastina in piena notte, per gratuita punizione, dalla minestra puzzolente e disgustosa alla minaccia di dover trangugiare ricino se non si è andati di corpo).
Dopo un secondo scontro con un gruppo di giovani campeggiatori sloveni, finito a sassate a causa delle reciproche provocazioni, Paolo, fingendosi malato (in quella maniera in cui si chiama la malattia al corpo per cui ci si sente male davvero), tenta di farsi venire a prendere dal padre che comunque si era dichiarato contrario a mandarlo ad un campeggio del genere. Capendo che i superiori non hanno nessuna intenzione di telefonare alla sua famiglia, temendo forse rimproveri, il ragazzino decide di fuggire per il Carso. Stanco, seminudo, bagnato dalla pioggia si rifugia in un'osteria dove tutti gli astanti parlano sloveno, ma a lui quel poco che vien detto lo dicono in triestino, e finalmente riesce a telefonare al padre prima di addormentarsi sfinito. Rientra in casa tra l'affettuosa ironia dei familiari, sazio di qualunque avventura natural-ginnica fascista.
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Nei brevi ricordi-racconti (espressione usata da Umberto Saba) troviamo la visita a Trieste del Re e della Regina, la visita di Mussolini, che il Kezich sa imitare benissimo e per questo diventerà famoso tra i ragazzi e gli adulti delle scuole della città. E troviamo lo storico Caffè San Marco dove accompagna suo padre a giocare a scacchi, ascoltando le argute conversazioni dei vari scacchisti e relativo pubblico, condite di sarcasmo e satira quotidiana:
"Consapevole che il conflitto scivolava verso il disastro, lo sciagurato stratega di Palazzo Venezia si era vilmente azzittito, non parlava più al suo popolo. Proprio al San Marco sentii la battuta, saranno stati i primi del '43: " 'Desso bisognarìa ciamarlo Pentito Mutolini".
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Nel ricordo-racconto I fucilati di Basovizza veniamo a sapere che suo padre era l'avvocato Giovanni Kezich, con tanto di targhetta alla porta, e che questa targhetta gli venne imbrattata di cacca, proprio sul nome, anonimamente, e non solo: "Una volta si era visto recapitare un pacchetto contenente un pezzo di sapone con un biglietto in dialetto triestino: 'Per ben resentarse el cognome'. Cioè per ripulirlo, italianizzarlo. Intanto le superiori autorità insistevano perché la famiglia desse prova di patriottismo ribattezzandosi Chessi, Chesini, Casini."
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Tra i ritratti di triestini d'epoca, messi a fuoco dai ricordi e dalla serena e deliziosa prosa del Kezich, troviamo Anita Pittoni: "Quando qualcuno nomina Anita Pittoni (e ormai, con la perdita di memoria storica che c'è in giro, non capita spesso) rivedo una scena da un matrimonio degli anni tranta. Un marito torna a casa e mostra orgoglioso alla moglie l'acquisto appena fatto presso il laboratorio d'arte e di moda d'avanguardia, di cui tanto si parla in città: una pesante giacca di maglia di foggia moderna e tessitura insolita. Lungi dal condividere l'entusiasmo del coniuge, la donna esamina il capo con diffidenza, ne critica il taglio, il peso e ne prevede giustamente la scarsa portabilità. Lascia intendere che non vorrà mai vedere il suo uomo acconciato con 'quel stupidèz', tipico frutto di un ambiente di malaffare. Lo capisce anche un bambino, cioè io, che dalla giacca l'antipatia della mamma si estende alla creatrice: una mula bellissima e chiacchierata, sempre di qua e di là a esporre modelli e arazzi, figura istituzionalmente turbativa nel contesto della società perbenista.
Fin da allora, insomma, la fiera Anita (classe 1901) è considerata una mina vagante [...]. A Milano la giovane triestina diventa la coccola degli architetti rampanti dello studio Banfi e soci, che ne ammirano il gusto assoluto per i materiali e i colori e la geniale manualità sempre a cavallo tra tradizione e trasgressione. [...] Quando si illude di aver trovato il compagno della sua vita, destinata in realtà alla solitudine, spedisce delle borghesissime partecipazioni, dove però i due nomi sono seguiti dall'annuncio 'da oggi uniti in libero amore'. [...] Incapace di ripetersi e in qualche oscuro modo restìa a trasformare il talento in denaro, negli anni Quaranta Anita abbandona il lucroso artigianato artistico per riciclarsi in santa povertà nella letteratura. Diventa la ninfa Egeria di Giani Stuparich [...] si scopre una segreta vena di poetessa in lingua triestina [...] si trasforma in un'editrice raffinatissima. Per le collane di Lo Zibaldone recupera testi rari o scomparsi della tradizione e incoraggia concretamente la mulerìa tra i quali il sottoscritto.[...] Di Anita mi colpì l'estrema cura con cui sceglieva la carta, i caratteri, l'impaginazione. La correzione delle bozze costituiva per lei una caccia all'errore condotta secondo una strategia implacabile. Aveva orrore che nei suoi libri le sfuggisse il minimo refuso ed era capace per un nonnulla di scatenarsi in scene greche davanti ai malcapitati tipografi. [...] La Pittoni credeva nella letteratura triestina come 'ensemble'.,articolata in quelli che lei chiamava i due filoni: il filone introspettivo di Svevo e il filone solare di Slataper, la Trieste in doppio petto che anela al lettino della psicoanalisi e la Trieste con gli scarponi che va in gita sul Carso. [...] Ma il suo mantenersi orgogliosamente isolata, la scarsa disponibilità economica e le esplosioni temperamentali le impedirono di coltivare amici e continuatori. [...] Chi ha voluto bene a questa donna, tanto geniale quanto destituita di senso comune, ne rimpiange lo scintillio dell'intelligenza, l'acutezza sorprendente dei giudizi, l'impegno generoso di stimolare la creatività altrui. Di lei si tramanda una sortita famosa: 'No esisti veci o giovini, esisti solo anime'."
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Tullio Kezich è stato giornalista, autore teatrale, sceneggiatore, critico cinematografico e produttore. Su Kezich: Claudia Morgoglione (La Repubblica).
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Il campeggio di Duttogliano presso la Sellerio.

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3 commenti:

  1. Ho letto la presentazione del libro che mi sembra veramente gustoso... Ma tu li leggi tutti i libri di cui parli? Gioia

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  2. Molto tenera la tua domanda!Tenera e leggittima.
    Certo che li leggo! Anzi ti dirò che non parlo di tutto quello che leggo o mi è piaciuto leggere.

    Semplicemente in alcuni casi decido di condividere la lettura con i lettori/le lettrici del blog.
    A seconda dell'umore.

    Le poesie che riporto a volte le ho lette e apprezzate senza aver letto tutta la raccolta. Ma se parlo di un romanzo o di un racconto o di un saggio è perchè l'ho letto o riletto.

    Non scrivo di testi che non trovo belli o interessanti: non vedo perchè dovrei usare il mio tempo su cose che non mi sono piaciute.
    Non sono recensioni nè elenchi fiscali di tutto ciò che leggo. E' un tentativo di condividere la lettura con altri che l'hanno apprezzata già o ne sono curiosi.

    Ciao! Anzi come si dice a Trieste: Ciàuu!!

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  3. Cara Gioia mi hai fatto notare con questo commento che mancava una presentazione del blog. Ora ho chiarito un poco lo spirito del blog sul mio profilo. Esisteva un post iniziale intitolato "Presentazione" ma dopo qualche mese - non ricordo perchè - l'ho eliminato, ma in effetti non è stata una buona idea. Grazie.

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