giovedì 2 febbraio 2012

Il fuggitivo

Olav Hergel. Foto: Jacob Ehrbahn

IL FUGGITIVO
(Flytningen - 2006)
di Olav Hergel
Iperborea - 2010
Traduzione di Eva Kampmann



Ecco ancora un personaggio femminile forte come soltanto gli scandinavi ci stanno dando, probabilmente per la ragione che di donne così forti ce ne sono davvero parecchie al Nord (penso a Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgrens, penso  a Bibi della danese Karin Michaëlis, e per gli adulti a Lisbeth Salander di Larsson, personaggi che ispirano i modelli ma sono suggeriti dalla realtà).
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L’eroina di Olav Hergel si chiama Rikke Lyngdal ed è una giornalista che da decenni sta scrivendo dei profughi e delle loro tristi storie, delle loro interminabili e inutili attese presso i Centri di accoglienza danesi. Gente che resta parcheggiata per lustri, che impara benissimo la lingua di chi li accoglie, che tenta il suicidio pur di non tornare indietro ma che viene spedita ugualmente al proprio passato.
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Rikke è una donna oltre i quaranta che non ha marito né figli e vive da sola in un bilocale in un buon quartiere di Copenaghen; scrive bene e da anni si è occupata egregiamente dei suddetti argomenti. Ma i tempi sono cambiati, i lettori stanno cambiando, la politica è cambiata, e di conseguenza anche il giornalismo. Il direttore e il pubblico del suo giornale non vogliono più sentir parlare delle solite denunce di ingiustizie a immigrati e profughi, anzi, al contrario ora vogliono sentir parlare delle loro furbizie, del loro sfruttare un sistema generoso, liberale e ingenuo, ora vogliono leggere di quanti soldi costano allo Stato e del loro delinquere. Oppure di arredamento, di successo, di favolosi acquisti, di viaggi. E Rikke viene mandata al Camp Danmark in Iraq, dove i danesi collaborano con la coalizione internazionale dopo la caduta del dittatore, a ripristinare non si sa bene cosa (questo è il mio personale parere), per scrivere di come i soldati trascorrono le giornate, di cosa pensano e cose del genere. Ma Rikke non si smentisce e spedisce al suo giornale, prima di rientrare in Danimarca, un articolo sui dubbi dei soldati sull’utilità della missione, sui pericoli che corrono, sulle vittime interne e esterne della loro missione.
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E proprio in questi ultimi momenti viene rapita da un gruppo di cosiddetti terroristi. Le imporranno di leggere un comunicato in cui i terroristi, che si ritengono in realtà combattenti della resistenza, vogliono che in cambio della vita della donna i soldati danesi debbano lasciare il paese. Per essere convincenti, in un secondo comunicato, le taglieranno anche una falange di un dito, in diretta.
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Lei riuscirà a scappare proprio prima di essere uccisa (dato che il governo danese non accetta il ricatto), e sarà l’eroina nazionale e internazionale per alcune settimane, e per il suo giornale contrariamente alle aspettative dello scettico direttore le vendite si alzeranno meravigliosamente. Tutto sembra dunque tornare alla normalità ma… Arne Hansen, un collega invidioso e livoroso, uno che non ha mai avuto il successo di Rikke, nè sul lavoro nè nel privato, che considera Rikke una viziata e privilegiata, uno che è stato sempre trattato da incapace, dalle  idee ritenute sbagliate e volgari ma che ha sempre avuto il fiuto di un segugio e non ha mai mollato una preda chiunque essa fosse, scopre e riuscirà a dimostrare che la Lyngdal ha mentito a tutto il mondo.
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La Lyngdal sarà costretta ad ammetterlo. Ha mentito perché fin dal primo istante ha instaurato un particolare rapporto con uno dei sequestratori, un rapporto da madre e figlio, e per lui - che ha rischiato la vita per liberarla - lei rischierà la vita per non farlo marcire nelle galere e nei labirinti delle leggi internazionali antiterroristiche. L’autore mette in evidenza la serenità sia di Nazir, il fuggitivo del titolo, il ragazzo iracheno, che di Rikke nel prendere le loro decisioni che vanno in senso contrario a quello degli altri e della legge. Seguono la loro coscienza. Non potrebbero vivere senza ascoltarla.
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Olav Hergel è anche lui un giornalista danese famoso nel suo paese per essersi occupato di vari casi di profughi. Ha lavorato per anni presso il Berlingske Tidende e poi è passato al Politiken, due grandi giornali a tiratura nazionale, e ha vinto il premio Cavling nel 2006 insieme alla fotografa Miriam Dalsgaard per una serie di articoli sui profughi e i loro bambini ospitati nei Centri danesi di accoglienza.
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In una nota l'autore ci informa:
"Questo romanzo è frutto dell’immaginazione. Tutti i personaggi sono inventati e il Morgenavisen Danmark non esiste. Qualsiasi somiglianza con persone, istituzioni e media esistenti, per dirla con lo scrittore tedesco Heinrich Böll, non è né intenzionale né casuale, ma inevitabile. Tuttavia, alcune dichiarazioni di principio sulla politica, sui media e sull’immigrazione attribuite a personaggi del romanzo, sono state rese pubblicamente in Danimarca da persone reali, così come alcune affermazioni sono apparse in altri contesti su media danesi e internazionali".
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Infatti se è vero che il quotidiano Morgenavisen non esiste, esistono però tutti gli altri giornali e le altre isituzioni che lui nomima. Questo stile tutto scandinavo in cui si mescolano fatti immaginari dentro una struttura reale, a volte rasentando o entrando dentro il romanzo giallo (krimi-genren) ma anche dentro il romanzo di denuncia, ha secondo me la sua più interessante esponente, in Danimarca, in Hanne-Vibeke Holst, specialmente con i due romanzi Kronprinsessen e Kongemordet  che non credo siano stati tradotti in Italia ma che spero vengano tradotti prima o poi.
 
"A differenza di tutte le Rikke Lyngdal del mondo. Che erano superficiali. Che non volevano smascherare niente. Volevano soltanto sbandierare la loro bontà sulle colonne dei giornali per essere invitati alle serate giuste, e avevano sempre pagine intere senza pubblicità solo perché scrivevano bene, mentre lui doveva dividere la pagina tredici di un tabloid con una pubblicità di elettrodomestici.
    Ma smuovevano qualcosa? Rikke Lyngdal aveva mai dato una vera notizia? Aveva mai fatto un turno di notte? Aveva mai scritto un trafiletto, letto approfonditamente un bilancio trovando il dettaglio che denunciava il vero delinquente? Aveva mai dovuto lottare per qualcosa? Dotata, bella, liberale, affascinante, e tutto questo innato. Adesso sarebbe anche finita nel Who’s who e sicuramente avrebbe ricevuto il premio Cavling. Per cosa? Per essersi trovata nel posto giusto al momento giusto ed esserne uscita sana e salva. Non è una fortuna sfacciata?
Ma era una menzogna, e lui l’avrebbe smascherata.
Perché Rikke Lyngdal aveva commesso un errore fatale. L’aveva sottovalutato. E prima di lei lo avevano fatto in tanti. Era una vita che lo sottovalutavano. Ma lui conosceva le proprie carenze. Quello che gli mancava nella scrittura lo compensava ampiamente con lo zelo investigativo, e adesso avrebbe fatto vedere a lei, a loro, a tutta quell’ipocrita Danimarca di che stoffa era fatto Arne Hansen"
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