mercoledì 11 aprile 2012

La roba

Fulvio Tomizza
foto da sbt.ti.ch (Biblioteca di Lugano)
















MATERADA (1960)
di Fulvio Tomizza
Rizzoli -1983
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In Istria, due fratelli lavorano e vivono insieme nella vecchia casa di famiglia, con le mogli, i figli e lo zio, vecchio e avaro, imbroglione, arrogante e ufficialmente padrone, che li interpella come comproprietari quando ci sono spese o guai da superare ma li tratta come coloni quando c'è da incassare. L'ultimo inganno lo scoprono durante la malattia del vecchio con la quale si apre il romanzo, quando per caso trovano il suo testamento in cui è scritto che lascia tutto al proprio figlio, che non lavora la terra ma vive a Trieste.
Il livore, i sospetti, gli inganni, la rabbia trattenuta e i tentativi di trovare delle soluzioni pacifiche ma definitive sono la cornice di un quadro altrettanto incerto ma dai colori forti: il nuovo sistema politico "invita" la gente a "prendersi" la terra che lavora da decenni, da generazioni, e contemporaneamente giudica criminali i possidenti; le rivendicazioni etniche (confuse anch'esse nel mescolamento di vario tipo all'interno delle stesse famiglie), forme nuove di organizzare il lavoro, confini e anmministrazioni politiche ribaltate rendono difficili le scelte da fare che però sono necessarie e incalzanti.
Alla fine l'io narrante decide per sé stesso e tutto il gruppo familiare (con quella saggezza tutta contadina e dai modi innocuamente patriarcali), di lasciare l'Istria e raggiungere Trieste, lasciando il vecchio zio a finire i suoi giorni da solo con la sua terra, che probabilmente non riuscirà a lavorare e che dovrà lasciare al nuovo sistema politico.
Sono tante le pagine interessanti e gradevoli di questo primo romanzo di Tomizza. Materada è il nome di un paese in Istria e l'autore era nato in un villaggio vicino a Materada (nel comune di Umago). Il romanzo racconta degli anni in cui l'Istria viene assegnata alla Jugoslavia (Memorandum di Londra, 1954), senza mai precisare o nominare gli avvenimenti storici.
Nessuna ideologia da difendere, in queste pagine, niente vittimismo, ma pochi fatti che raccontano l'attaccamento del personaggio alla terra che ha lavorato generosamente e le vicende di una comunità in cui i linguaggi, le etnie e le passioni si mescolano attraversando eventi e politiche.
Piccola curiosità: le eredi dello scrittore hanno donato alla Biblioteca cantonale di Lugano l'archivio di Fulvio Tomizza composto di manoscritti, saggi, fotografie e altro materiale, nel 2004.
Molto interessante anche l'italiano dell'autore.

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"Allora mia moglie prese in braccio la creatura che piangeva. Venne tra noi e disse, rivolta a noi uomini e a tutti gli uomini della terra che vogliono liti e sempre liti: 'Vi prego, finitela una buona volta. Mettete a posto questo imbroglio, altrimenti non so cosa succede qui un giorno o l'altro fra di loro. Noi non possiamo più vivere così. Qui non ci sono che liti e paure per quella maledetta terra, e i bambini snetono tutto e imparano il male e...'. E si lasciò cadere sulla panca mettendosi a piangere di un pianto quieto e disteso come una rugiada. Allora capii quanto poco riguardo avevamo avuto fino a quel giorno per le donne e i figli. E guardai intorno per la cucina, vidi il nostro vecchio focolare, le panche, i rami che luccicavano nella rastrelliera, e mi chiesi che cosa facevano quelle persone estranee a casa nostra. E capii quanto poco interessava a loro di noi, del nostro destino e della nostra terra, e come volevano soltanto saldare un vecchio conto con lo zio, che prima non avevano potuto pagare perché lui si dichiarava croato e urgeva piuttosto mettere i conti in chiaro con altri, e adesso era venuta la buona occasione - gliela avevo offerta io stesso - e volevano, prima che la gente partisse per sempre per l'Italia, alzare la cresta un'ultima volta. Tutto serviva per i loro piani. Li accompagnai alla porta e dissi: 'Grazie di quanto avete voluto fare per noi, compagni'.
E lì, davanti la porta aperta su tutta la campagna sottostante, sotto il rovere che rendeva ancora più scuro il cielo e più nera la notte, stando lì da solo, maledissi quella terra per sempre."
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