domenica 6 maggio 2012

Scendere al capolinea

Giuseppe Maria Crespi (1665-1747),
"Sportelli di libreria musicale" (1725)
Immagine da http://www.artrenewal.org/
L'originale è a Bologna, al Museo internazionale e
biblioteca della musica





























Ma cos'è un giovane scrittore? Un/a esordiente di non importa quanti anni o uno che scrive non importa cosa ma ha tra i 15 e i 30 anni?
E cos'è un esordiente? Uno/a che ha appena pubblicato il suo primo libro o uno/a che pubblicando ha per la prima volta successo?
E cos'è il primo libro? Il primo testo scritto e concluso in assoluto o il primo libro che finalmente gli/le viene pubblicato?
E cos'è il successo? La gente che ti ha letto e ti scrive o i numeri delle vendite che gli editori tengono nascosti quasi anche a se stessi, sotto tante parole e tante scuse apparentemente ben orchestrate?
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Un giovane autore che usa dieci anni della propria vita, o anche di più, alla ricerca di una casa editrice che pubblichi i suoi testi  (intanto che lavora e vive, e inizia e finisce convivenze e matrimoni, e scrive e riscrive più testi), quando finalmente la trova (10, 15, 20 anni dopo il primo tentativo di cercarla), è ancora un giovane autore o è una vecchia ciabatta?
Pubblicare comunque, ad ogni costo, con chiunque, a qualunque condizione...è davvero necessario?
E fa di te uno scrittore, una scrittrice? O di te fa soltanto un/a egocentrico/a narcisista?
Sembrerebbe che anche un Aron Hector Schmitz cioè Italo Svevo e una Gertrude Stein pubblicarono a proprie spese alcuni dei propri testi...
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Io ho scoperto di essere anche tradizionalista e se dico "pubblicare" penso ad un libro rilegato, se dico "casa editrice" penso ad un ufficio, ad una redazione con almeno un omino o una donnina, un telefono e una cassa dalla quale prendere dei fondi per pubblicare ciò che a loro piace; se dico "libro" penso a pagine di carta piene di parole stampate!
Ma il mondo cambia - continuamente - e un'abitudine diventa presto tradizione e una tradizione diventa prima o poi un'abitudine vecchia, antiquata.
E arriva, per restare, la pagina virtuale. E le tasche degli editori sono vuote. E gli uffici di molti editori (non solo i loro) sono soltanto un computer e una stampante, e le pagine sono schermi luminosi e le parole sono sempre meno originali, sempre meno interessanti. Potrebbe venir voglia di dire: "Fatemi scendere, per favore!"
Ma il veicolo non sembra avere altre fermate possibili e allora tanto vale non dirlo: prima o poi arriva il capolinea. E da lì a piedi si torna a casa.
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4 commenti:

  1. Bisognerebbe domandarsi se in un mondo in cui la letteratura è stata ridotta al rango di passatempo di massa e definita “scrittura creativa”, non troppo diversa dal giocare a bocce o risolvere cruciverba, valga ancora la pena di scrivere. E soprattutto vale la pena di fare il salto masochistico, da studioso a oggetto, da cacciatore a bestia, da parte di chi ha incominciato a scrivere come studioso?

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  2. Salve Guido
    ti ringrazio per la visita e per il commento.
    Hai ragione: si parla di "scrittura creativa" come se si giocasse a bocce o a carta! Ma le etichette sono solo etichette, i contenuti devono starci e spesso ci sono (: esercizio, condivisione di esperienze, idee nuove).

    A me piacciono gli autori che scrivono per bisogno di tirare fuori quello che hanno dentro. Bisogno di scrivere come se fosse una buona vecchia abitudine fisica, un'autoanalisi mai interrotta.
    E quando la scrittura non corrisponde ad una stura logorroica di personali farneticazioni ma piuttosto ad un'amorevole e artigiana disciplina di pensieri e fantasie, di osservazioni e riflessioni, imparo sempre da chi leggo, imparo umanamente e spesso anche tecnicamente.
    Vale la pena di scrivere? Sì, la mia risposta è sì.

    Perché io non scrivo per gli altri ma per me prima di tutto. Poi è evidente che ho anche voglia di avere dei lettori, subito dopo. E' un bisogno quasi altrettanto grande.
    E come quando da soli, da bambini, si fingeva di dirigere un'orchestra (io ero una di quelli): il pubblico era sottinteso che ci fosse, in un angolo della nostra fantasia, ma non c'era dentro la stanza, e lo sapevamo, eppure erano sempre "grandi prestazioni"!
    Ecco si può fare a meno del pubblico, in ultima analisi, ma non di scrivere e neanche di leggere (che è come scrivere: crescendo da lettore scrivi automaticamente meglio).

    Non mi è chiara la tua ultima frase. Se ti fa piacere spiegami meglio cosa intendi dire. Grazie

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  3. Cercavo solamente di raccontare l'esperienza di chi, come me, ha iniziato a scrivere in ambito accademico, poi professionale. A un certo punto subentra il desiderio/bisogno di produrre quelle stesse opere che si analizzano. Ma è un po' come se il giudice diventasse imputato. Quando, appena laureato, tenevo seminari di analisi del racconto che erano in fondo abbastanza simili agli attuali corsi di scrittura creativa, non avrei mai immaginato di passare dall'altra parte della barricata. Purtroppo scrivere storie o poesie è per me e per tanti altri quasi una necessità, ma non è detto che sia cosa consigliabile; anzi solitamente chi scrive è un po' criminalizzato (e spesso lo si considera un grafomane). Gli stessi impiegati delle case editrici lo guardano con fastidio, come una sorta di rompiscatole che li obbliga a lavorare tanto o (più spesso) a riempire di carta i cestini.

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  4. A proposito di cestini e rifiuti negli uffici degli editori, penso che sia tutto molto relativo: dipende dai gusti di chi ti legge e persino dalla loro esperienza, soprattutto culturale oltre che di vita. Voglio dire che se un editore, un'editrice - o chi per lui/lei legge i testi che "noi" mandiamo - non ha avuto mai esperienza di ciò di cui abbiamo scritto, non potrà apprezzare il nostro testo, non avrà nessuna "illuminazione". E dirà no, grazie.

    Anzi spesso non dicono proprio niente. In Italia! Stanno zitti, non scrivono, non ti fanno neanche sapere se hanno ricevuto il materiale che tu hai inviato...Questo quando si è un nome sconosciuto o di poco splendore (cioè da scarso incasso), ovviamente.

    Quindi ti dò ragione, Guido: non è consigliabile inviare a destra e a manca.

    Ma ogni tanto, osando, senza conoscere nessuno, per puro caso, il tuo testo incrocia la testa giusta al momento giusto e nelle condizioni favorevoli.

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