domenica 14 ottobre 2012

Scrive Bernhard

Nicole Müller in
denkenundschreiben.ch



















Da
UNA FOLLIA IN QUATTRO TEMPI
di
Nicole Müller
Traduzione di Chiara Guidi
Edizioni e/o - 1995
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In quel periodo e in quell'appartamento vuoto, gentile Dottoressa Nagel, scrive Bernhard, per la prima volta ho tentato di scrivere con un pò più di serietà. Per esempio mi ero prefissa di descrivere la familiarità delle cose, che avvertivo tornando a casa dopo il turno di notte. Era qualcosa che mi affascinava in modo straordinario. Tornavo a casa sul fare del giorno, salivo le scale brancolando nel buio, aprivo la porta dell'appartamento, giravo l'interruttore della luce, ed ecco quegli oggetti dall'aspetto tanto amichevole. Un sacchetto di plastica nel corridoio, il mio sacco a pelo accuratamente steso con qualche libro dalla parte della testa, il pane incartato.
Tornando a casa attraversavo l'appartamento e contemplavo i miei scarsi beni, e quei beni parevano avermi aspettato con calma e con pazienza e mi trasmettevano il loro calore. Pareva che nelle cose ci fosse qualcosa che non era per niente inanimato, ed era questo che avrei voluto descrivere. Ho tentato. Decine di volte ho tentato di descrivere il mio ritorno a casa e l'amichevole accoglienza da parte di quegli oggetti che hanno la cattiva fama di essere inanimati. Per fortuna in cucina c'era un bancone a muro con sgabelli da bar, perché io non avevo un tavolo, e senza quel banco da colazione in cucina non avrei avuto nemmeno un luogo adatto a un tentativo di scrittura. Si scrive e si fallisce, scrive Bernhard. Ecco la mia esperienza dopo altri dieci anni durante i quali il mio IQ non è cresciuto di un solo punto. Allora come oggi ho fallito a scrivere, ma allora come oggi mi sembra importante avere quantomeno un luogo dove sia possibile fare un tentativo di scrittura.
Allora insomma ho sempre fallito nel tentativo di illustrare la familiarità delle cose, e nel bel mezzo di questo fallimento è salito sul mio taxi Hugo Loetscher o Loertscher, di cui pur non avendo letto nulla ero in grado tuttavia di affermare con certezza che lui non aveva fallito a scrivere, visto che sui giornali erano uscite recensioni lunghe e molto benevoli delle sue opere, che io - contrariamente ai suoi libri - avevo letto per filo e per segno. Hugo Loetscher voleva andare a Zürichberg, da una casa cinematografica, se ben ricordo. Io volevo sapere qualcosa sulla scrittura, ma a causa della mia ignoranza non ho osato domandare nulla allo scrittore seduto in fondo alla macchina. Lui taceva, e io tacevo mentre facevo attenzione al traffico e lui al viavai per le strade. L'occasione di avere sul taxi un addetto alla parola, continuavo a ripetermi, non capiterà tanto spesso. [...]. Mentre il taxi attraversava la città e ci avvicinavamo sempre più alla nostra meta io ho lottato con me stessa, e appena siamo saliti su per la Dolderstrasse mi è venuto un coraggio di quelli che possono venire solo quando si è presi dal panico di rimaner tagliati fuori e ho domandato a Hugo Loetscher o Loertscher: "E' proprio necessario avere voglia, quando si scrive, o funziona anche senza voglia?". Loetscher o Loertscher non fu affatto turbato, come avevo temuto, dalla domanda di una tassista, e senza distogliere lo sguardo da fuori si limitò a dire:"Sì, è necessario. Senza voglia non si può scrivere". Ecco cosa disse Loetscher e non Loertscher, come oggi so, dopo aver letto le sue opere, sul mio taxi.
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