sabato 10 novembre 2012

E tu chi eri?

Foto di Cettina Calabrò: La corsa


















Da E TU CHI ERI?
26 interviste sull'infanzia

di Dacia Maraini
Editore Bompiani - 1973
(Rizzoli - 1998)
.
E' una rilettura. La prima volta credo di aver letto queste interviste agli inizi degli anni Ottanta. Le interviste sono state fatte, registrate, tra il 1968 e il 1972, anni molto speciali in cui parlare del privato era considerato, per la prima volta, anche un atto politico. Adesso molti degli intervistati sono morti. Per alcuni di loro, che durante la prima lettura non "conoscevo", mi sono sentita spinta dalle interviste ad approfondire la loro conoscenza, a leggere i loro libri, vedere i loro film ecc. Altri erano famosissimi proprio in quel momento, e altri ancora mi erano e mi sono rimasti sconosciuti.
A questo punto ho trovato piacevole rileggerle tutte, rinfrescando la memoria di alcuni stimoli e spunti che avevo trovato in queste pagine.
Riporto non gli stimoli ricevuti ma gli accenni alle diversità di alcuni intervistati.


Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, La cognizione del dolore):
D. Può dire di aver avuto un'infanzia felice?
R. No. L'infelicità maggiore proveniva dalla povertà della mia famiglia. Per quanto nei primi anni abbiamo avuto delle condizioni abbastanza buone, poi le cose si sono aggravate per errori economici di mio padre. Era un temperamento che spendeva più di quanto potesse poi recuperare. Non era un bravo uomo d'affari, sia detto con rispetto. Era un maniaco della terra, della campagna, della gente brianzola.
.
Anna Maria Ortese (Il mare non bagna Napoli, Poveri e semplici):
D. Quanti anni avevi quando hai rifiutato la scuola?
R. Tredici.
D. E che facevi? Come occupavi il tuo tempo?
R. Leggevo, camminavo. Facevo i compiti per i miei fratelli. Così ho finito per fare lo stesso le scuole. C'è stato un periodo che mio padre voleva rimandarmi a studiare. Ma io gli ho detto: "Se mi mandate a scuola, mi uccido". Ero così tranquilla e decisa che da allora non hanno più insistito.
.
Marco Bellocchio:
D. In che cosa consistevano questi doveri? Quali erano i doveri maggiori per un bambino della tua età?
R. C'era il dovere di dare soddisfazioni al proprio padre. C'era il dovere di seguire la disciplina scolastica. Il dovere di fare il proprio dovere. Ma soprattutto c'era il dovere di provare orrore per se stessi nel caso di trasgressione di uno di questi doveri.
.
Giorgio De Chirico:
D. Suo padre è morto presto, quando lei era ancora un ragazzo. Che rapporto aveva con suo padre?
R. Ci volevamo bene. Ma ci parlavamo poco. Era un puritano, un uomo chiuso e severo. Nella mia famiglia del resto parlavamo poco. Fra noi non è mai esistita quella confidenza e quella familiarità moderna che trovo insopportabile.
D. Perché insopportabile?
R. Perché è da gente molle. I padri e i figli che si parlano come compagni di scuola, che si sbaciucchiano, che si tengono per mano. Tutte manifestazioni della smidollatezza del mondo intero.
.
Goffredo Parise (Il prete bello, Il padrone):
D. Quali sono i ricordi più remoti che hai?
R. Ce n'è uno in cui vedo un abbisso e una culla di vimini con molti lini bianchi. E poi un altro nelle braccia di mia madre che mi sembrava di un'altezza vertiginosa. Poi anche degli interminabili bagni d'amido che mi faceva mia nonna.
D. Perché d'amido?
R. Non lo so. Forse per calmarmi. Ce l'avevo sempre ritto.
.
Liliana Cavani:
D. E tua madre?
R. Era selvatica.
D. Come te la ricordi da ragazzina?
R. Me la ricordo sempre molto giovane. Troppo giovane, forse. Più che una madre era una sorella. Una sorella scontrosa, ribelle, solitaria. Era bella, bruna, con due occhi lucidi e neri. La testa piena di riccioli scuri. Aveva un temperamento molto orgoglioso.
D. Con te come si comportava?
R. Come un'amica. Salvo qualche improvvisa tirannica imposizione. Una volta per esempio ha deciso che dovevo andare a fare la sarta. Avevo otto anni. Ho passato dei giorni tristissimi chiusa in una stanza a cucire, guardando i bambini che giocavano fuori dalla finestra. Poi, per fortuna, ha capito che era una pazzia e mi ha liberata da quella schiavitù.
.
Roberto Rossellini:
D. I rapporti con suo padre com'erano?
R. Tenerissimi.
D. Lo stimava? Lo amava senza riserve?
R. Sì, moltissimo, senza riserve. Mio padre era un uomo d'affari ma era anche un intellettuale. Ha scritto alcuni libri che rileggo sempre con molto piacere.
D. Ha mai avuto dei dissidi con suo padre?
R. No, mai. Ci sono stati dei piccoli scontri: la prima cotta grossa che ho preso, la cattiva volontà nello studio. Ma niente di serio.
.
Michelangelo Antonioni:
D. E tu com'eri?
R. Ero un bambino bellissimo. Capelli lunghi, castani, occhi verdi. Ma non volevo essere trattato con troppi riguardi. Una volta che mia madre mi faceva delle smancerie, l'ho scostata e le ho detto: "Sono un osso duro, cosa credi". Avevo tre anni.
.
Natalia Ginzburg (Tutti i nostri ieri, Mai devi domandarmi):
D. Hai avuto un'infanzia felice?
R. In un certo senso sì. La cosa che più mi tormentava era la sensazione di essere poco amata in famiglia. Mi ricordo che inventavo le malattie per attirare l'attenzione su di me. Volevo stare male e invece stavo sempre bene.
.
Luca Ronconi:
D. E a scuola come andavi?
R. In tutta la vita scolastica non ho mai imparato niente. Quello che mi interessava era il modo di parlare di ogni professore, i suoi tic, le sue manie. Mi divertivo a osservarli e non stavo mai attento a quello che dicevano.
.
Claudio Abbado:
D. Hai qualche ricordo del Conservatorio?
R. Sì. Uno dei professori che più mi piaceva era Quasimodo. Insegnava letteratura a me e a un mio compagno. Eravamo gli unici due allievi.
.
Alberto Moravia (Gli indifferenti, La ciociara):
D. Quindi i tuoi studi sono stati fatti in maniera molto irregolare.
R. Non ho studiato per niente. A scuola ho fatto la quarta elementare, la prima e la terza ginnasiale e basta. Non capivo niente. Capivo solo le cose che mi piacevano.
D. Cioè?
R. Mi piacevano la storia, la geografia e basta. Ancora adesso non so fare una divisione.
.
Bernardo Bertolucci:
D. Ero più attaccato a tuo padre o a tua madre in quel periodo?
R. Non lo so. Ma se andiamo avanti, verso i sei anni, mi ricordo che per me è stata molto importante la scoperta della scrittura. Io identificavo la scrittura con mio padre. Appena ho imparato a scrivere, ho cominciato a imitarlo; scrivevo poesie come lui.
D. Lo vedevi bello tuo padre?
R. L'ho sempre visto uguale, per lungo tempo. Più che bello, insostituibile. Ma forse ho rimosso in qualche modo il fatto di "guardare il padre". Prima non lo guardavo per paura, poi mi identificavo con lui e quindi anche se lo guardavo non lo vedevo.
.
Mario Soldati (L'attore, La sposa americana):
D. Fra tuo padre e tua madre, chi è che ha avuto più influenza su di te?
R. Mia madre. Perché vivevo sempre con lei. Perché era la più forte. Anche se io, questa influenza, la combattevo sempre continuamente. Pensa che quando nel '39 mi hanno offerto di fare un film su Piccolo mondo antico di Fogazzaro, mi sono accorto che non l'avevo mai letto. E sai perché? Era l'autore preferito di mia madre. Anche i romanzi di D'Annunzio non li ho mai letti, per protesta contro mia madre che li adorava.
D. Ma perché protestavi contro tua madre?
R. Perché mi opprimeva col suo affetto. Mio padre la tradiva. Lei non ha mai osato farlo, anche se lo desiderava. Magari l'avesse fatto! Sarebbe stata felice. E invece, trascurata da mio padre, si è attaccata a me in maniera morbosa. Io sono diventato il suo secondo marito.
.
Giorgio Strehler:
D. Eri un bambino felice o infelice?
R. Molto felice. Ho avuto un'infanzia piena di musica. Mi addormentavo sentendo in una stanza vicina mia madre che suonava il violino.
D. A cosa attribuisci questa felicità?
R. Alla natura sostanzialmente generosa di mia madre. Non parlava molto. Anzi posso dire che mia madre non mi ha mai detto niente su come dovevo comportarmi, non mi ha insegnato niente. Ma adesso mi accorgo che era l'unica maniera per spiegarmi tutto. Mi lasciava libero di essere me stesso.
.
Lalla Romano (Maria, Nei mari estremi):
D. E tu come lo vedevi tuo padre da bambina?
R. Ne ero affascinata. Lo consideravo un uomo straordinario. I padri delle altre bambine erano noiosi, parlavano per sentenze. Lui no, era inventivo, vivace e affettuoso.
D. E tu approfittavi mai di questo suo affetto per te? Facevi dei capricci?
R. Non ero una bambina capricciosa. Ero silenziosa e tranquilla. Solo una volta mi sono impuntata e neanche quella volta lui si è arrabbiato o mi ha rimproverata.
D. Su cosa ti eri impuntata?
R. Una notte tornando a casa in carrozza ho visto che i campi lungo la strada erano punteggiati di papaveri. Io avevo una passione per i papaveri. Da piccolissima li chiamavo "Ci-ucci". A vederli provavo un'esaltazione. Quando sono stata a casa, ho detto che volevo tornare indietro a raccogliere quei papaveri. Mia madre non mi ha dato retta e si è messa a dormire. Mio padre invece si è rivestito, mi ha preso per mano e mi ha accompagnata al campo dei papaveri. Il grano era chiaro e i papaveri erano neri. Lui paziente e premuroso si chinava a raccoglierli assieme me e finché non ne ha radunato un gran mazzo non siamo tornati a dormire.
.
Elio Petri:
D. Puoi dire di aver avuto un'infanzia felice?
R. Nessuno può avere un'infanzia felice.
D. E perché?
R. C'è la felicità della scoperta della vita, sì. Ma è guastata dalla repressione. I bambini andrebbero lasciati liberi di fare quello che vogliono. Si può insegnare loro a portare calze e scarpe, a pulirsi il naso, a non mettersi le dita in bocca, cioè dare loro una coscienza scientifica del proprio corpo. Ma per il resto bisognerebbe lasciarli liberi. Cosa che la società non fa. Soprattutto quando il rapporto con la natura investe il sesso. Qualunque inibizione in questo campo è sbagliata ed è fonte di infelicità.
.
Renato Guttuso:
D. E con te tuo padre come si comportava?
R. Era pieno di premure. Dolce, affettuoso. Aveva però un temperamento didattico. Mi diceva continuamente quello che dovevo fare e quello che non dovevo fare nei minimi particolari.
D. E cos'è che non dovevi fare per esempio?
R. Per esempio leggere Salgari. Non so perché.
D Non voleva che tu leggessi libri di avventure?
R. Sì, ma non Salgari. Dovevo leggere Verne. Oppure qualche classico. Ma non Salgari.
.
Maria Callas:
D. Dunque la prima infanzia l'hai passata in America. Fino a quando sei rimasta a New York?
R. Fino a tredici anni. Nel '29 c'è stata la crisi economica e noi ci siamo cascati dentro fino al collo. Ad un certo punto mio padre ha deciso di rientrare in Grecia e siamo tornati, proprio nel momento in cui scoppiava la seconda guerra mondiale.
D. Hai dei ricordi di allora?
R. Ricordo la Grecia nera di fame e tante atrocità.
.
Pier Paolo Pasolini (Poesia dialettale del Novecento, Una vita violenta):
D. Era importante per te l'affermazione scolastica? E perché?
R. Sì, molto. Proprio per quei valori che mi aveva insegnato mia madre: la serietà, l'applicazione, l'entusiasmo per il sapere. In quel periodo, a Conegliano, ho cominciato a dire bugie. Le prime colpe coscienti.
D. Che genere di bugie?
R. Bugie un pò gratuite. Mia madre mi diceva: non andare in strada, e io andavo in strada di nascosto, senza dirglielo. Probabilmente, se le avessi detto che volevo andare a giocare fuori, non mi avrebbe detto di no. Ma io raccontavo lo stesso quelle bugie. Mi piaceva. Quelle bugie sono legate a un colore meraviglioso tra il verde e l'azzurro che forse era il vestito di mia madre o una blusa di quel periodo, non so.
D. Quanti anni avevi?
R. Cinque anni. Ma il periodo delle bugie è passato subito. Ci siamo trasferiti a Casarsa, dove ho frequentato la seconda elementare. La seconda elementare è uno dei punti vertici della mia vita. Ho vissuto per la prima volta in una casa mia, in mezzo a un mondo nuovo di cugini, cugine, zie, zii, nonni e nonne. Quell'anno c'è stato un amore per mia cugina Franca che era una bambina bellissima e allegra.
.
.

--------------------------------------------------------------------------

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.