giovedì 1 novembre 2012

La giustizia è semplice













DACIA MARAINI
Sulla mafia
Piccole riflessioni personali
Giulio Perrone Editore - 2009
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"Applicare le regole è la cosa più difficile per chi governa. Non crearne di nuove perché nei codici c'è già tutto, ma fare rispettare quelle vecchie, impedendo l'abitudine alle raccomandazioni, ai privilegi, alle pretese delle corporazioni. Le regole sono lì, basta applicarle. Ma nessuno ha il coraggio di farlo. In questi giorni sono alle prese con le memorie di una persona straordinaria vissuta a cavallo del secolo scorso: Emanuele Notarbartolo. Un uomo di legge, un amministratore nato e cresciuto a Palermo. Un uomo per niente rivoluzionario, tradizionale in tutti i suoi gusti, monarchico e conservatore. Eppure costui seguiva una pratica inconsueta: applicava le regole. E l'ha fatto prima come amministratore dell'ospedale comunale di Palermo che stava andando in sfacelo, poi come sindaco della città, quindi come amministratore del Banco di Sicilia che stava precipitando nei debiti. Appena arrivava a risanare un disastro economico e organizzativo però lo mandavano a casa. Il suo compito era mettere in pratica quello che nessuno osava fare: colpire i disonesti, tagliare gli sprechi, rompere delle consuetudini, sopprimere dei privilegi.
Creandosi ogni volta dei nemici nuovi e agguerriti. I politici gliela facevano pagare togliendogli lo stipendio e ogni possibilità di fare carriera.
La mafia no, la mafia, una volta attaccata, ha pensato solo a eliminarlo. Notarbartolo viene pugnalato da tre assassini sul treno che lo portava da Termini a Palermo la sera del 1° febbraio 1893. Per chi lo amava e lo stimava - la maggioranza della città - è stato un grave lutto. Ma cosa contavano gli abitanti senza potere di una città brutale e corrotta? Cosa contavano gli ammalati di un ospedale gestito coi soldi pubblici? Cosa contavano migliaia di risparmiatori di fronte alla mafia e ai suoi sostenitori?
Il pietismo e il paternalismo non servono ai più deboli. Non si tratta di politica ma di giustizia. Pochi si rendono conto che questo è un Paese assetato di giustizia. Anche se finge di non crederci, anche se pratica il vezzo del cinismo, anche se per abitudine preferisce allearsi coi più forti, anche se pretende di credere che la furbizia vinca su tutto. Quel poco o molto di buono che c'è nel Paese ha un bisogno fisiologico, estremo di giustizia. E non di una giustizia astratta, sbandierata, retorica, proclamata e fumosa. Ma di quelle piccole giustizie quotidiane che costituiscono poi la grande rete del vivere civile. Colpire i privilegi e dare spazio alla concorrenza per esempio. Sembra facile ma tutti sanno che da noi è peggio che ammazzare il drago dalle sette teste."
(Corriere della sera, 4 luglio 2006)
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Leggi anche il post Orrori nostri
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