martedì 22 ottobre 2013

L'incessante pulsare della vita


Foto da la1rsi.ch dove è possibile vedere-ascoltare
un'intervista all'autrice.



ROSETTA LOY
Le strade di polvere
Einaudi - 1987





Nella stessa casa convivono e si susseguono diverse generazioni: agricoltori, soldati, commercianti, suore, figli, mariti, mogli, serve e servi, fratelli e sorelle. In un contesto in cui si ripetono le guerre, lontane o nei paraggi, che rimandano a casa gli uomini cambiati, e si ripetono i parti, qualcuno togliendo la vita alla madre o al neonato. E poi ci sono gli amori, quelli silenziosi, quelli inevitabili, quelli inopportuni, ma anche quelli fortunati; e c'è la povertà che affianca le ricchezze, ci sono le opportunità colte o ignorate, gli incidenti, l'alluvione, il colera. Matrimoni e vedovanze, nascite e morti tra vizi e virtù di ognuno. Piccole magie terrene. Grandi miracoli accolti distrattamente.

Con una geografia che, partendo dalla casa situata in un villaggio del Monferrato, passa per i nomi esotici e lontanissimi dove si svolgono le guerre e per le polverose "strade per" il circondario. Una geografia fatta umilmente anche di colline e di alberi: il noce o il pero fermi da decenni nella visuale di una finestra e che testimoniano molte vicende familiari o vengono implicati direttamente nel destino di qualcuno.

Tutto raccontato al presente, riproducendo l'incessante pulsare della vita.

Il romanzo inizia con il personaggio del Gran Masten che fa costruire la casa alla fine del Settecento quando comincia a possedere bestie e terre, e finisce con il silenzio di due dei suoi figli, in questo breve Epilogo:

Si racconta che Luìs e Gavriel rimasti soli non parlassero mai. Sedevano di fronte al fuoco, vecchi e asciutti, chiusi in un cerchio invalicabile di silenzio. Il tramestio dei topi sempre più numerosi, il rumore della pioggia e dei tuoni o lo sbattere di una farfalla notturna ai vetri, annegavano al di là di quel silenzio senza superare mai il limite di guardia. Nemmeno il violino del Giai, se ancora avesse suonato, avrebbe potuto. Solo alla fine, quando la fiamma aveva bruciato l'ultimo pezzo di legno (meli che non producevano più frutti, rami secchi del noce e poi, in seguito, anche il pero davanti alla sala), Gavriel, il maggiore, si alzava: - Andumma a drommi, - diceva. - Andumma, - rispondeva Luìs raddrizzando la sua gamba diventata pura cartilagine. E quelle parole, le uniche possibili, deflagravano nella casa e la percorrevano come un vento nell'oscurità delle stanze. Sollevavano la polvere dai mobili, e la casa intera scricchiolava come un vascello in rada.



Postato anche nel Blog del Centro Documentazione Elca Ruzzier di Trieste


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