lunedì 22 settembre 2014

Matematica e pregiudizi

www.paesesera.it del 16 Giugno 2013















LA MELA DI ALAN
hacking the Turing Test

di Valeria Patera

Di Renzo Editore - 2007


Non potendo riprodurre nessun brano del testo (per volere dell'editore e dei proprietari dei diritti) riproduco l'intervista del 16 giugno 2013, firmata  Elena Paparelli sul Nuovo Paesesera La voce di Roma:

Una “cybertragicommedia” dedicata al matematico inglese Alan Turing. Scienziato “outsider”, e anche ingegnere, biologo, cripto analista. La sua vita straordinaria viene portata in scena da Valeria Patera ne La mela di Alan, testo teatrale che ha scritto e diretto, e che torna sul palco il 18 giugno alle 20.30 al Teatro Palladium, sostenuto dall’Università Roma 3 e dalla Sapienza, all’interno del Festival Roma Europa. Video,musica e parole per uno show multimediale aperto alle contaminazioni, costruito attorno alle vicende di uno dei più importanti scienziati del Novecento. Una preziosa occasione di “teatro-scienza”, non mossa da intenti semplicemente divulgativi, ma dal desiderio di dar corpo a una avventura emozionante che attraversa il comico come il tragico, perfettamente ritagliata sulla complessa personalità del geniale studioso, ritenuto padre del computer e uno dei fondatori dell’informatica.
Nella Seconda Guerra Mondiale Turing riuscì a decrittare il Codice della macchina Enigma, utilizzata dai tedeschi per mascherare le comunicazioni riservate. Sua la Macchina di Turing, l’archetipo di tutti i calcolatori. Sua anche la teoria che sta alla base dell’intelligenza artificiale. Ma la sua morte fu tragica: dopo essere stato condannato alla metà degli anni Cinquanta per omosessualità, fra carcere e castrazione chimica scelse quest’ultima. E poi si suicidò, mangiando una mela avvelenata con cianuro di potassio. La regista Valeria Patera racconta a Paese Sera lo spettacolo e il suo protagonista.

La storia di Turing viene messa in scena come se fosse il viaggio in Internet di due hacker degli anni ’90. Perché questa scelta?
La prima ragione è sicuramente legata al fatto che Alan Turing fu un pioniere del mondo digitale. Non volevo realizzare una pièce teatrale classica ma la mia intenzione era quella di riuscire a creare un vero e proprio cortocircuito fra la genesi delle intuizioni di Turing e gli esiti sociali della sua grande capacità visionaria, i cui effetti ci hanno portato molto avanti. Sono rappresentati due hacker degli anni ’90 sia perché il testo è stato scritto per la prima volta 10 anni fa, sia perché volevo mantenere ben vivo l’approccio avventuroso al mezzo, quando ancora non c’erano i social network come abitudini pervasive nella nostra quotidianità. A rivedere questo testo oggi ci accorgiamo di quanto esso appaia già storicizzato. Per un giovane di 20 anni lo spettacolo può cioè certamente essere visto come un pezzo di archeologia informatica. Che funziona perché comunque parla in maniera nuova e attuale di una fase importante della storia della tecnologia e non solo.

La mela di Alan” viene definita una “cyber tragicommedia”…
Turing è andato incontro ad una morte tragica. Si è dovuto sottoporre a un trattamento chimico per la sua omosessualità considerata all’epoca come una devianza sociale. Fa riflettere l’eleganza del suicidio stesso che mise in atto, che ha una forte potenza simbolica. La mela è insieme simbolo della conoscenza e del peccato. Quella che ha ingerito, e che lo ha fatto morire, rappresenta anche quella concezione della conoscenza che lui scardinò. Turing disse infatti che non c’era nulla di sacro nel funzionamento di un cervello. Anzi, il meccanismo di funzionamento del cervello poteva essere riprodotto. E questo creò un pandemonio. Va anche detto che Turing si suicidò il giorno di Pentecoste, dettaglio che non mi è sfuggito e che non è affatto trascurabile. Ma forse è più giusto dire che Turing “è stato suicidato”, perché lo hanno messo al rogo, bruciandolo dal di dentro. Proprio lui, scienziato autonomo e indipendente che si era battuto per la libertà. Dall’altro lato lo spettacolo è anche una commedia perché Turing era uno scienziato informale con un gran senso dell’umorismo, brillante e anticonvenzionale, naif addirittura. Pensiamo solo al fatto che i pedali della bicicletta con cui amava girare potevano essere sbloccati e azionati soltanto grazie ad una sequenza numerica che conosceva soltanto lui. Insomma, come figura da portare in scena mi ha certamente anche divertito e intrigato. Un divertimento e un duro lavoro che ho condiviso con i miei collaboratori e che ha dato i suoi frutti. Già alla prima rappresentazione c’erano più di mille persone, di cui la gran parte erano giovani.

David Sebasti interpreta il protagonista della sua pièce. Perché ha scelto lui?
Innanzitutto mi serviva un attore che fosse davvero bravo. Conosco David Sebasti da venti anni, e lo apprezzo molto. Ha una grande naturalezza nel farsi abitare dai pensieri fortemente speculativi di Alan. In più lo trovavo giusto anche fisicamente. Stessa stima ho per gli altri attori scelti per interpretare gli altri personaggi. Ciascuno di loro sul palco si alterna in un doppio ruolo. Mi piaceva molto l’idea di mettere in scena il gioco stesso del teatro, attraverso una sorta di svelamento della rappresentazione. Così, all’alternanza fra reale e virtuale, fisico e astratto, si unisce quella dello spettacolo e del suo smascheramento. In questo testo c’è poi anche molto piacere del teatro nel senso tradizionale del termine. E la messa in scena è una vera e propria festa per gli occhi grazie anche alle scelte della video maker dello spettacolo Valeria Spera.

La mela di Alan” è anche una sua pubblicazione per Di Renzo Editore. La figura di Turing merita un approfondimento…
Assolutamente sì. Esistono diversi saggi che indagano lo straordinario percorso intellettuale e umano di Turing, e che possono aiutare ad avvicinarsi di più alla sua grandezza profetica.

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Il film The Imitation Game (Toronto Film Festival - 2014) in The Indipendent
La pagina su ateatro.org
e su gravità-zero.org


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